la mia tesi finale: l’imprenditore cristiano


PONTIFICIA UNIVERSITAS LATERANENSIS
PONTIFICIUM INSTITUTUM PASTORALE
REDEMPTOR HOMINIS
L’IMPRENDITORE CRISTIANO ALLA LUCE DELLA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA
LICENZA IN S. THEOLOGIA
Docente: FLAVIO FELICE Alunno: PAOLO ORLANDI
Roma 2012
Pontificia Università Lateranense
Piazza San Giovanni in Laterano, 4
ABBREVIAZIONI E SIGLE
CA Centesimus Annus
CCC Catechismo della Chiesa Cattolica
CiV Caritas in Veritate
DSC Dottrina Sociale della Chiesa
EE Enchiridion Encicliche
QA Quadragesimo Annus
SRS Sollicitudo Rei Socialis
LE Laborem Excersens
p., pp. Pagina, pagine
INTRODUZIONE
Il presente lavoro intende analizzare in che modo le ultime principali encicliche sociali hanno parlato della figura centrale del sistema economico capitalistico: l’imprenditore.
Spesso, nel sistema economico, questa figura è poco considerata, oppure data per scontata. Si parla di lavoro in termini generali ma non ci si chiede chi è che procura il lavoro. Il lavoro si crea se nasce un’adeguata offerta che crea la sua domanda. A differenza di quanto studiato dagli economisti di inizio secolo, la domanda non esiste in sé, nessuno desidera un computer prima ancora che qualcuno lo abbia inventato. La soddisfazione dei desideri dei clienti rappresenta il principale obiettivo dell’attività produttiva dell’impresa, l’imprenditore con intuito e creatività riesce a realizzare oggetti apprezzati anche al di là del semplice uso materiale, ma colpisce anche le profonde esigenze del sentimento umano.
Una volta che la creatività – e la visionarietà – di alcune persone traducono i loro sogni in prodotti da vendere, si crea quel circolo virtuoso che porta al progresso, per il bene della comunità intera.
Perchè gli imprenditori possano nascere ed esprimersi, occorrono dei valori di fondo che informino tutta la società, in modo da far maturare e sviluppare l’imprenditorialità nelle persone capaci.
Le ultime encicliche sociali, a partire dalla Laborem Excersens, passando per la Sollicitudo Rei Socialis e per la Centesimus Annus, fino ad arrivare alla Caritas in Veritate offrono una riflessione itinerante, al termine della quale si comprende quali siano i valori di fondo necessari per favorire la nascita e per dare forza agli imprenditori, ai fini della realizzazione del bene comune e della solidarietà.
Si potrebbe paragonare lo sviluppo del pensiero magisteriale a quello di una pianta, il cui seme viene gettato nella Laborem Excersens, con la considerazione del lavoro da un punto di vista cristiano. Un lavoro per l’uomo e non l’uomo per il lavoro. Una concezione del lavoro a carattere soggettivo, assai diverso e per certi versi contrario a come lo si intende comunemente negli studi economici. Il lavoro visto a partire dalla persona integrale, composta di corpo e spirito. Una concezione in cui l’uomo è considerato non al pari di una macchina ma in tutto il suo essere persona, sia dal punto di vista
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materiale-corporale che spirituale.
Dal seme, così piantato, si sviluppa il tronco, che possiamo indicare nella Sollicitudo Rei Socialis, ove il lavoro appare nella sua giusta importanza se è lo “Ius Incepta oeconomica”, ovvero il concetto di intrapresa imprenditoriale. Ecco che il lavoro che apporta il massimo al bene comune, è quello che meglio realizza l’uomo nella sua interezza e creatività. Aspetto fondamentale per la Chiesa, dunque è che le istituzioni diano a ognuno la possibilità di attivarsi e partecipare così al bene comune.
I rami poi sono ampi e rigogliosi, grazie alla enciclica Centesimus Annus, nella quale Giovanni Paolo II evidenzia l’aspetto principale dell’attività economica e cioè la soggettività creativa dell’uomo, senza la quale non è possibile realizzare un progresso economico.
La soggettività creativa spinge le persone a farsi imprenditori e come tali essi risultano essere i pilastri fondamentali dell’economia. Sono loro che portano lavoro e che devono essere aiutati e supportati nel loro delicato e rischioso compito, tanto più che, per essere imprenditore, occorrono doti valoriali molto particolari, come la diligenza, la laboriosità, la prudenza nell’assumere i ragionevoli rischi, l’affidabilità e la fedeltà nei rapporti interpersonali, la fortezza nelle decisioni per far fronte ai successi così come alle sconfitte rovesci. Perseguire l’idea imprenditoriale, dunque, necessita di componenti morali indispensabili, le quali, a loro volta, devono essere supportate da una grande forza spirituale.
Infine, nell’ultima enciclica sociale, la Caritas in Veritate, si giunge al fiore. L’imprenditorialità appare non solo fragile se non supportata dal punto di vista dell’uomo integrale, ma l’imprenditore apporta il suo contributo al bene comune solo se è un “imprenditore stabile” e non si lascia attrarre da speculazioni che guardano solo ed esclusivamente al profitto di breve periodo.
L’imprenditore assume l’importante ruolo di rendere il futuro stabile solo se comprende che il suo ruolo è quello di creare un’impresa nella quale contano non solo lui, e coloro che apportano il capitale ma anche tutti gli stakeholders. Da solo può bene poco: l’impresa è un insieme di persone che realizzano la missione per la quale l’azienda è stata creata. Allo stesso tempo, l’impresa è inserita in un territorio dal quale trae le risorse umane e tutte le strutture necessarie alla realizzazione del prodotto. Non bisogna dimenticare poi la responsabilità nei confronti delle generazioni future, se si pensa all’ambiente. Inoltre, la responsabilità si estende anche nei confronti degli acquirenti dei prodotti, i quali meritano il giusto rispetto ed hanno il diritto di effettuare acquisti che siano rispondenti ai loro
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desideri, senza truffe ed inganni.
Un aspetto importante è sottolineato in tutte le encicliche sociali è il luogo preposto ad accogliere i prodotti che l’imprenditore intende vendere: il mercato. Per far sì che la pianta cresca, si sviluppi e arrivi a fruttificare, occorre che ci siano le condizioni ideali per un sano e giusto mercato.
Il mercato è l’istituzione che, all’apparenza, sembra poter realizzare da solo quanto promette senza interventi regolatori, poiché alcuni sostengono che il mercato si autoregola. In realtà, per far sì che funzioni, occorrono precise strutture istituzionali che lo regolamentino e proteggano tutti gli operatori, dagli imprenditori ai consumatori. Il sistema politico deve agire in modo da garantire che le regole del mercato siano chiare, giuste, applicabili e, qualora esse non venissero rispettate, deve operare di conseguenza in modo veloce e certo.
Nella Caritas in Veritate si giunge a sottolineare come la giustizia commutativa e la giustizia sociale debbano intervenire per proteggere l’imprenditore e creare le condizioni che permettano a coloro che ne hanno i talenti di potersi attivare per il bene comune.
L’imprenditore stabile deve porsi al servizio di questo bene comune, il quale rappresenta il suo scopo principale. La forza morale e spirituale di cui necessita passa anche attraverso un adeguato sostegno da parte della società e della Chiesa, che lo aiuti a sviluppare i suoi talenti e a centuplicarne i frutti, a vantaggio di tutti.
CAPITOLO I
L’UOMO COME SOGGETTO DEL LAVORO
E LA SUA DIGNITÀ NELLA ENCICLICA LABOREM EXCERSENS
1.1 – INTRODUZIONE: DALLA TRADIZIONE DELLA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA
Tutte le encicliche e gli scritti succedutisi nel corso del tempo, riguardanti i problemi sociali, hanno affrontato il tema del lavoro, a partire dalla Rerum Novarum di Leone XIII, poi nella questione sociale della Quadragesimo anno di Pio XI, la questione dell’ordine internazionale nel radiomessaggio di Pio XII, le questioni della giustizia e della pace di Giovanni XXIII nella Mater et Magistra, le questioni dello sviluppo e della nuova civiltà di Paolo VI nella Popolorum Progressio. L’enciclica di Giovanni Paolo II, Laborem Excersens, edita nel 1981, focalizza l’attenzione sul lavoro in collegamento organico con la tradizione.
Certamente il lavoro, come problema dell’uomo, si trova al centro stesso di quella «questione sociale» alla quale, durante i quasi cento anni trascorsi dalla menzionata Enciclica, si volgono in modo speciale l’insegnamento della Chiesa e le molteplici iniziative connesse con la sua missione apostolica. Se su di esso desidero concentrare le presenti riflessioni, ciò voglio fare non in modo difforme, ma piuttosto in collegamento organico con tutta la tradizione di questo insegnamento e di queste iniziative. Al tempo stesso, però, faccio questo, secondo l’orientamento del Vangelo, per estrarre dal patrimonio del Vangelo «cose antiche e cose nuove»1.
L’enciclica precisa, chiarifica e attualizza l’eredità del magistero sociale della Chiesa mediante una riflessione teologica-sociologica, che considera il lavoro come la chiave essenziale di tutta la questione sociale ove il lavoro risulta essere fondamentale per il bene dell’uomo.
“Se nel presente documento ritorniamo di nuovo su questo problema, – senza peraltro avere l’intenzione di toccare tutti gli argomenti che lo concernono – non è tanto per raccogliere e ripetere ciò che è già contenuto nell’insegnamento della Chiesa, ma piuttosto per mettere in risalto – forse più di quanto sia stato compiuto finora – il fatto che il lavoro umano è una chiave, e probabilmente la chiave essenziale, di tutta la questione sociale, se cerchiamo di vederla veramente dal punto di vista del bene dell’uomo. E se la soluzione o, piuttosto, la
1 GIOVANNI PAOLO II, Lettera Enciclica Laborem Exercens, (1 settembre 1984), n. 2, in Enchiridion Encicliche. Vol. 8, Centro editoriale Dehoniane, Bologna 1998, n. 208.
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graduale soluzione della questione sociale, che continuamente si ripresenta e si fa sempre più complessa, deve essere cercata nella direzione di «rendere la vita umana più umana», allora appunto la chiave, che è il lavoro umano, acquista un’importanza fondamentale e decisiva”2.
Nell’epoca moderna, un enorme sviluppo interpretativo del lavoro umano è avvenuto al di fuori della giusta concezione del lavoro. La Dottrina Sociale della Chiesa può spesso cadere nelle tesi che intendono il lavoro, specie quello di tipo manuale e industriale, come abbrutimento dell’uomo, di contro a lavori che elevano l’uomo alla spiritualità. La Laborem Excersens offre una visione cristiana del lavoro, che si rifà alla tradizione magisteriale della Chiesa e che risponde alle esigenze contemporanee.
“La Chiesa cattolica ne è stata sommersa ed ha cercato di porre degli argini, ma non ha mai veramente compreso ed amato il lavoro industriale. I cattolici si sono dunque in un certo senso estraniati dal fondamentale compito sociale di produrre ricchezza, lo hanno guardato con sospetto. L’invenzione creativa delle forme di organizzazione del lavoro umano e della innovazione nel modo di produzione è stata lasciata ad altri…. con la Laborem Excersens la Chiesa cerca di andare più a fondo, al cuore della giusta concezione del lavoro umano, per orientare e disciplinare in modo diverso le enormi energie”3.
Proprio la mancata capacità di affrontare i problemi legati al lavoro moderno ha portato la riflessione del magistero ai margini del pensiero economico, e nei fedeli il sospetto che il Magistero della Chiesa fosse lontano dalla propria attività lavorativa, vista spesso in modo semplicistico e negativo. In particolare, da parte di filosofie-etiche, che vedono il ruolo del lavoro come degradante per l’uomo oppure dividono i lavori in base a criteri materialisti, tra quelli meritevoli (derivante dal pensiero e dalle arti) e quelli non meritevoli per l’uomo (derivanti dal sudore e dall’artigianilità). L’enciclica pone i confini entro i quali delimitare la questione del lavoro. Nella prima parte del testo, l’enciclica offre una lettura che risponde a queste visioni negative, partendo da come la Chiesa intenda antropologicamente l’uomo, è una lettura del lavoro che parte dal soggetto che lo compie e della importanza che ha per la realizzazione dell’uomo stesso e le sue radici affondano nella cultura.
L’enciclica non ha soluzioni prefabbricate da offrire; contiene però un approccio di tipo nuovo al fondamentale problema dell’uomo che permette una comprensione diversa da quella usuale dei grandi problemi internazionali. Essa fornisce le categorie che permettono una inedita lettura ed interpretazione della storia contemporanea…… L’enciclica Laborem Excersens con la sua fondamentale distinzione fra il significato oggettivo ed il significato
2 Ivi, n.3, in EE/8 n. 209.
3 R. BUTTIGLIONE, L’uomo e il lavoro, CSEO SAGGI, 1984, pp. 59-60; p. 87.
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soggettivo del lavoro ci insegna a cercare le radici dell’uomo nella cultura4.
1.2 – IL SOGGETTO DEL LAVORO È L’UOMO E LA SUA RADICE È LA CULTURA
La prima e sostanziale affermazione sulla quale basare tutte le riflessioni sul lavoro è il fatto che il lavoro deve essere inteso in senso soggettivo, “come persona, l’uomo è soggetto del lavoro”5. Il lavoro è un fondamentale e centrale tema della Dottrina Sociale della Chiesa, un valore etico solo in quanto colui che lo compie è la persona che assume le sue decisioni sulla base della propria volontà.
Non c’è, infatti, alcun dubbio che il lavoro umano abbia un suo valore etico, il quale senza mezzi termini e direttamente rimane legato al fatto che colui che lo compie è una persona, un soggetto consapevole e libero, cioè un soggetto che decide di se stesso.6
Il lavoro visto nella sua dimensione soggettiva, sottolinea come l’uomo è destinato al lavoro, “per quanto sia una verità che l’uomo è destinato ed è chiamato al lavoro, però prima di tutto il lavoro è «per l’uomo», e non l’uomo «per il lavoro»”7. Questo assunto fondamentale chiarisce come qualsiasi lavoro non sia importante per l’obiettivo che si pone, ma per l’uomo che lo compie, la persona.
A sua volta: indipendentemente dal lavoro che ogni uomo compie, e supponendo che esso costituisca uno scopo – alle volte molto impegnativo – del suo operare, questo scopo non possiede un significato definitivo per se stesso. Difatti, in ultima analisi, lo scopo del lavoro, di qualunque lavoro eseguito dall’uomo – fosse pure il lavoro più «di servizio», più monotono, nella scala del comune modo di valutazione, addirittura più emarginante – rimane sempre l’uomo stesso.8
L’uomo decide di lavorare al fine di realizzare se stesso, per contribuire al progresso continuo della comunità in cui vive e per aumentare l’elevazione culturale e morale della stessa.
Giovanni Paolo II riconduce l’importanza del lavoro soprattutto in quanto stimolo all’incessante elevazione culturale e morale della società. Una radicale concezione dell’attività umana che spiazza e costringe a riflettere approfonditamente sul suo valore e sul concetto stesso di lavoro, e la sua importanza cruciale per il progresso integrale
4 Ivi, pp. 59-60.
5 L.E. n. 6, in EE/8 n. 212.
6 Ibidem.
7 Ibidem.
8 Ibidem.
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dell’uomo.
“L’uomo, mediante il lavoro, deve procurarsi il pane quotidiano e contribuire al continuo progresso delle scienze e della tecnica, e soprattutto all’incessante elevazione culturale e morale della società, in cui vive in comunità con i propri fratelli.9
Il lavoro è cultura, anche il più semplice e ripetitivo dei lavori è cultura; forma l’uomo e accresce la sua autostima, poiché egli, grazie al suo lavoro, si rende conto di contribuire alla crescita personale e di una comunità. Si sconfigge la logica illuministica di derivazione greco-romana del lavoro, la quale considera il lavoro solo come un abbrutimento dell’umanità, a sua volta destinata ad alti e solitari compiti, specie lontano dalla “praxis”.
“Quando diciamo che il Papa propone una concezione del lavoro diversa da quella usuale non vogliamo rifarci né ad una spiritualizzazione del lavoro né ad una esaltazione del lavoro come partecipazione al compito della creazione. Intendiamo dire piuttosto che ci troviamo davanti ad un particolare approfondimento di ciò che il lavoro è in se stesso, il quale rende comprensibile in che modo sia vera l’affermazione che il lavoro è partecipazione all’opera creatrice di Dio. Lo stesso Giovanni Paolo II in una conferenza ha gettato una luce particolare su questa concezione del lavoro umano. Dice il Papa: “bisogna…. svelare in tutta la ricchezza della praxis umana quella profonda relazione con la verità, con il bene e con il bello che ha un carattere disinteressato, puro, non utilitario”10.
Il lavoro, considerato come ciò che si prende cura della verità, del bene e del bello, consiste nel mettere al centro la persona umana e le sue relazioni con le altre persone, che è la creazione più alta del Creatore e quella di cui si compiace ed in cui si riflette. Compiendo il proprio lavoro, l’uomo si prende cura dell’altro e al contempo si prende cura massimamente di sé, cura nel profondo la propria anima, la quale, a sua volta, si svela all’uomo solo nell’incontro con l’altro, nella reciproca relazione umana; dunque nell’accogliere l’altro si crea il vero, il buono e il bello della convivenza comune, una dimora spirituale comune.
L’uomo è chiamato al lavoro perché è attraverso il lavoro che egli si prende cura della persona, in sé e negli altri, ed esercita la propria responsabilità verso di essa. Nessuno può compiere la propria vocazione umana se non attraverso un lavoro. La dinamica propria dell’umano è infatti segnata dall’incontrare il vero, il bello ed il bene (in una parola forse potremmo dire l’essere ) e dal rimanere carichi di meraviglia e di stupore davanti ad essi, per poi prendersene cura… Ciò rende differente il lavoro dell’uomo dalla fatica degli animali11.
9 L.E. n.1, in EE/8 n. 206.
10 R. BUTTIGLIONE, op. cit., p. 83.
11 Ivi, p. 84.
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1.3 – LA DIGNITÀ DELL’UOMO NEL LAVORO SOGGETTIVO
L’uomo deve lavorare, non per realizzare una necessità naturale e sottrarsi alla fame, ma perché il lavoro appartiene alla sua piena realizzazione in quanto uomo e in quanto persona tra le persone. Il lavoro che valorizza il soggetto è un bene per l’uomo e gli rende la sua piena dignità, lo rende più uomo.
“Eppure, con tutta questa fatica – e forse, in un certo senso, a causa di essa – il lavoro è un bene dell’uomo. Se questo bene comporta il segno di un «bonum arduum», secondo la terminologia di San Tommaso, ciò non toglie che, come tale, esso sia un bene dell’uomo. Ed è non solo un bene «utile» o «da fruire», ma un bene «degno», cioè corrispondente alla dignità dell’uomo, un bene che esprime questa dignità e la accresce. Volendo meglio precisare il significato etico del lavoro, si deve avere davanti agli occhi prima di tutto questa verità. Il lavoro è un bene dell’uomo – è un bene della sua umanità -, perché mediante il lavoro l’uomo non solo trasforma la natura adattandola alle proprie necessità, ma anche realizza se stesso come uomo ed anzi, in un certo senso, «diventa più uomo»12.
Il lavoro soggettivo è un bene che corrisponde all’uomo e alla sua dignità, ciò che corrisponde all’uomo nella sua massima espressione. Tali considerazioni giungono a considerare la laboriosità come una virtù, in quanto capace di trasformare l’uomo e coloro che gli sono accanto verso la loro piena e integrale realizzazione, sia materiale che spirituale.
Senza questa considerazione non si può comprendere il significato della virtù della laboriosità, più particolarmente non si può comprendere perché la laboriosità dovrebbe essere una virtù: infatti, la virtù, come attitudine morale, è ciò per cui l’uomo diventa buono in quanto uomo. Questo fatto non cambia per nulla la nostra giusta preoccupazione, affinché nel lavoro, mediante il quale la materia viene nobilitata, l’uomo stesso non subisca una diminuzione della propria dignità13.
La dignità dell’uomo, preservata nel lavoro, consente all’uomo stesso di sentirsi parte della comunità: in questo modo egli può offrire il proprio contributo e realizzarsi, sia formando una famiglia che offrendo la propria solidarietà, radici fondamentali della cultura della Dottrina Sociale della Chiesa.
“Appartiene infatti al lavoro umano una particolare capacità di unire gli uomini fra di loro, di stabilire fra di essi una rete di relazioni all’interno della quale essi fanno esperienza della loro umanità. La solidarietà, che emerge dal lavoro è insieme con la famiglia, la radice fondamentale della cultura: attraverso il lavoro e la famiglia si pongono in modo esistenzialmente concreto per ciascuno i grandi interrogativi sul significato ed il destino, i
12 L.E. n. 9, in EE/8 n. 215.
13 Ibidem.
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quali propriamente costituiscono e articolandola cultura dell’uomo”14.
1.4 – LA SPIRITUALITÀ DEL LAVORO
La cultura del lavoro, prima della missione evangelizzatrice, informa la vita di Nostro Signore Gesù Cristo, dall’azione alla contemplazione che porta alla evangelizzazione delle genti. Il lavoro perciò si trasforma in qualcosa di immanente, restituisce all’uomo cento volte tanto in spiritualità di quanto l’uomo stesso dia in materialità. L’importanza del lavoro si estende dunque anche alla sua dimensione spirituale: l’uomo cresce nella sua interezza di corpo e spirito.
Diverso è il genio del cristianesimo, già interamente contenuto in quel primo Vangelo del lavoro che è la vita nascosta di Gesù a Nazareth come figlio del carpentiere Giuseppe. Nella visione cristiana della vita, la cultura appare fin dal principio immanente al lavoro come un suo significato e valore; contemplazione e azione appaiono come due lati di un’unica esperienza della persona”15.
La dimensione soggettiva del lavoro deve perciò essere perfezionata e contemplare l’aspetto che compone la piena umanità, la sua insita spiritualità. Il lavoro influenza anche questo aspetto dell’uomo, in quanto corpo e spirito: entrambi si uniscono e permeano il lavoro soggettivo e a loro volta condizionano l’uomo. Egli non può rinunciare a considerarli fondamentali per la propria vita, e occorre lo sforzo interiore dello spirito umano, guidato dalle tre virtù teologali, per dare al lavoro i significati necessari al fine di realizzare l’opera della salvezza disegnata dal suo Creatore.
Dato che il lavoro nella sua dimensione soggettiva è sempre un’azione personale, actus persona, ne segue che ad esso partecipa l’uomo intero, il corpo e lo spirito, indipendentemente dal fatto che sia un lavoro manuale o intellettuale. All’uomo intero è pure indirizzata la Parola del Dio vivo, il messaggio evangelico della salvezza, nel quale troviamo molti contenuti – come luci particolari – dedicati al lavoro umano. Ora, è necessaria un’adeguata assimilazione di questi contenuti; occorre lo sforzo interiore dello spirito umano, guidato dalla fede, dalla speranza e dalla carità, per dare al lavoro dell’uomo concreto, con l’aiuto di questi contenuti, quel significato che esso ha agli occhi di Dio, e mediante il quale esso entra nell’opera della salvezza al pari delle sue trame e componenti ordinarie e, al tempo stesso, particolarmente importanti.16
Il lavoro appare così nella giusta luce solo se lo si intende importante tanto per il corpo quanto per lo spirito. Compito fondamentale della Dottrina Sociale della Chiesa è
14 R. BUTTIGLIONE, op. cit., p. 60.
15 Ibidem
16 L.E. n. 24, in EE/8 n. 230.
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porsi al servizio di questa visione teologica e sociologica cristiana del lavoro, in modo che tutti gli uomini si avvicinino alla spiritualità del lavoro e, attraverso essa, a Dio.
…dovere pronunciarsi a proposito del lavoro dal punto di vista del suo valore umano e dell’ordine morale, in cui esso rientra, in ciò ravvisando un suo compito importante nel servizio che rende all’intero messaggio evangelico, contemporaneamente essa vede un suo dovere particolare nella formazione di una spiritualità del lavoro, tale da aiutare tutti gli uomini ad avvicinarsi per il suo tramite a Dio, Creatore e Redentore, a partecipare ai suoi piani salvifici nei riguardi dell’uomo e del mondo e ad approfondire nella loro vita l’amicizia con Cristo, assumendo mediante la fede una viva partecipazione alla sua triplice missione: di Sacerdote, di Profeta e di Re, così come insegna con espressioni mirabili il Concilio Vaticano II17.
Una spiritualità del lavoro patrimonio di tutta l’umanità, in grado di influenzare tutti gli uomini e condizionare la vita di tutto il mondo. Un chiaro invito a indirizzare la pastorale sociale verso una evangelizzazione che passi anche attraverso il lavoro dell’uomo.
“Bisogna, dunque, che questa spiritualità cristiana del lavoro diventi patrimonio comune di tutti. Bisogna che, specialmente nell’epoca odierna, la spiritualità del lavoro dimostri quella maturità, che esigono le tensioni e le inquietudini delle menti e dei cuori”18.
La dimensione personale del lavoro soggettivo, dignitoso e spirituale, trasforma l’uomo, lo rende capace di partecipare veramente all’opera di Dio e trova compimento attraverso le opere evangeliche di Cristo, a dimostrazione di come Egli compia l’opera del Vangelo; e l’eloquenza della vita di Cristo che ci fa capire come Egli appartenga al mondo del lavoro.
“Infatti, Gesù non solo proclamava, ma prima di tutto compiva con l’opera il «Vangelo» a lui affidato, la parola dell’eterna Sapienza. Perciò, questo era pure il «Vangelo del lavoro», perché colui che lo proclamava, era egli stesso uomo del lavoro, del lavoro artigiano come Giuseppe di Nazareth. E anche se nelle sue parole non troviamo uno speciale comando di lavorare – piuttosto, una volta, il divieto di una eccessiva preoccupazione per il lavoro e l’esistenza, però, al tempo stesso, l’eloquenza della vita di Cristo è in equivoca: egli appartiene al «mondo del lavoro», ha per il lavoro umano riconoscimento e rispetto; si può dire di più: egli guarda con amore questo lavoro, le sue diverse manifestazioni, vedendo in ciascuna una linea particolare della somiglianza dell’uomo con Dio, Creatore e Padre”19.
1.5 – DALLA DIMENSIONE PERSONALE, ALLA FAMIGLIA E ALLA NAZIONE
La Laborem Excersens considera il carattere universale del lavoro, inteso nei suoi principali valori che rendono l’uomo più uomo, e gli permettono di realizzare la sua
17 Ibidem.
18 L.E. n.25, in EE/8 n. 231.
19 L.E. n.26, in EE/8 n. 232.
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vocazione primaria, che è quella di vivere con gli altri e per gli altri così da completarsi a vicenda. L’enciclica usa a tale scopo la metafora dei 4 cerchi: il primo cerchio è la dimensione personale del lavoro, dignitoso, soggettivo e spirituale, il secondo cerchio è la famiglia, il terzo cerchio è la nazione ed infine l’ultimo cerchio è l’unione delle nazioni.
Confermata in questo modo la dimensione personale del lavoro umano, si deve poi arrivare al secondo cerchio di valori, che e ad esso necessariamente unito. Il lavoro è il fondamento su cui si forma la vita familiare, la quale è un diritto naturale ed una vocazione dell’uomo. Questi due cerchi di valori – uno congiunto al lavoro, l’altro conseguente al carattere familiare della vita umana – devono unirsi tra sé correttamente, e correttamente permearsi. Il lavoro è, in un certo modo, la condizione per rendere possibile la fondazione di una famiglia, poiché questa esige i mezzi di sussistenza, che in via normale l’uomo acquista mediante il lavoro. Lavoro e laboriosità condizionano anche tutto il processo di educazione nella famiglia, proprio per la ragione che ognuno «diventa uomo», fra l’altro, mediante il lavoro, e quel diventare uomo esprime appunto lo scopo principale di tutto il processo educativo.20
La dimensione etica e culturale, riscoperta con questa analisi del lavoro, sviluppa un concetto armonioso dell’uomo, e questo offre la possibilità di vivere in pace e solidarietà con tutti gli altri, a partire dal nucleo principale e naturale: la famiglia. Pensiamo, invece, a un lavoro egoistico e fine a se stesso, o rivolto alla assolutizzazione del profitto o sminuito in chiave collettivistica, che annulla l’uomo negli ingranaggi della politica per un bene superiore ma estraneo all’uomo stesso. Questo genera una spirale che sempre più conduce tutti gli uomini a isolarsi e ad essere considerati oggetti al pari delle macchine, numeri da usare per calcoli algoritmici.
“Diversamente stanno le cose se entriamo nella prospettiva secondo la quale il lavoro è un sistema di comunicazione e dialogo fra gli uomini che costituisce una particolare comunità umana. Lavorare è allora un entrare in rapporto con l’altro uomo per prenderci cura insieme della terra e delle persone che abbiamo a cuore. Se guardiamo al lavoro in questo modo allora ci importa che quel sistema di comunicazione non sia falsato, che sia giusto”21.
La riflessione del professor Buttiglione evidenzia come, a partire dal lavoro, si debba costruire una giustizia e una pace a carattere mondiale; infatti, il terzo cerchio della enciclica, nel quale l’uomo con il suo lavoro fonda se stesso, è la nazione:
“Il terzo cerchio di valori che emerge nella presente prospettiva – nella prospettiva del soggetto del lavoro – riguarda quella grande società,alla quale l’uomo appartiene in base a particolari legami culturali e storici. Tale società – anche quando non ha ancora assunto la forma matura di una nazione – è non soltanto la grande «educatrice» di ogni uomo, benché indiretta (perché ognuno assume nella famiglia i contenuti e valori che compongono, nel
20 L.E. n.10, in EE/8 n. 216.
21 R. BUTTIGLIONE, op. cit., p. 90.
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suo insieme, la cultura di una data nazione), ma è anche una grande incarnazione storica e sociale del lavoro di tutte le generazioni. Tutto questo fa sì che l’uomo unisca la sua più profonda identità umana con l’appartenenza alla nazione, ed intenda il suo lavoro anche come incremento del bene comune elaborato insieme con i suoi compatrioti, rendendosi così conto che per questa via il lavoro serve a moltiplicare il patrimonio di tutta la famiglia umana, di tutti gli uomini viventi nel mondo22.
La giustizia e la pace sono i frutti della dimensione personale del lavoro, che consente all’uomo di realizzare la vocazione ad essere ancora “più uomo”. Sistemi economici e politici, che non rispettano tali fondamentali valori antropologici, possono risultare estremamente dannosi, fino ad arrivare a costruire società non giuste e senza la pace necessaria, in quanto trasformano l’uomo in una merce. La salvaguardia del primo cerchio consente lo sviluppo del secondo, che a sua volta estende i suoi benefici a tutte le nazioni. Se così non accade, il mondo implode su se stesso, causando la crisi dell’uomo fin nel suo stesso essere uomo.
Si oppongono alla dottrina sociale della Chiesa i sistemi economici e sociali, che sacrificano i diritti fondamentali delle persone, o che fanno del profitto la loro regola esclusiva o il loro fine ultimo. Per questo la Chiesa rifiuta le ideologie associate nei tempi moderni al «comunismo» o alle forme atee e totalitarie di «socialismo». Inoltre, essa rifiuta, nella pratica del «capitalismo», l’individualismo e il primato assoluto della legge del mercato sul lavoro umano.23
Capitalismo, Socialismo e Comunismo, accomunati da una riduzione dell’uomo non possono essere contemplati dalla DSC in quanto annientano la possibilità dell’uomo di scegliere di realizzare se stesso, mettendo in pratica tutta la propria persona, con la sua creatività, la sua perseveranza e il suo coraggio.
1.6 – CONCLUSIONE
Giovanni Paolo II, con la Laborem Excersens, pone nella prospettiva cristiana il lavoro dell’uomo, come dimensione personale. Esalta l’importanza del soggetto sull’oggetto, lo considera la base della dignità dell’uomo, perché lo conduce ad una completezza integrale attraverso una spiritualità che è insita nel lavoro stesso. Questo cerchio è come la pietra d’angolo che regge l’arcata di tutte le riflessioni che seguiranno sul lavoro dell’uomo, non possiamo prescindere da queste considerazioni, pena l’esclusione dell’uomo stesso dalla sua realizzazione integrale. Pertanto egli, con il lavoro, si completa
22 Ibidem.
23 Compendio Catechismo Chiesa cattolica, Libreria editrice Vaticana, Città del Vaticano 2005, n. 512.
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formando una propria famiglia che vive insieme ad altre famiglie in una nazione, e le varie nazioni nel mondo. Frutti maturi di un lavoro dignitoso e spirituale sono la giustizia e la pace.
Abbiamo cercato, nelle presenti riflessioni dedicate al lavoro umano, di mettere in rilievo tutto ciò che sembrava indispensabile, dato che mediante esso devono moltiplicarsi sulla terra non solo «i frutti della nostra operosità», ma anche «la dignità dell’uomo, la fraternità e la libertà». Il cristiano che sta in ascolto della parola del Dio vivo, unendo il lavoro alla preghiera, sappia quale posto occupa il suo lavoro non solo nel progresso terreno,ma anche nello sviluppo del Regno di Dio,al quale siamo tutti chiamati con la potenza dello Spirito Santo e con la parola del Vangelo24.
24 L.E. n. 27, in EE/8 n. 233.
CAPITOLO II
“IUS INCEPTA OECONOMICA” NELLA SOLLECITUDO REI SOCIALIS
2.1 – INTRODUZIONE
Il richiamo alla dignità dell’uomo, rinnovatosi all’inizio degli anni „80 con l’enciclica Laborem Excersens, pone Giovanni Paolo II all’avanguardia nella promozione dei diritti umani, quotidianamente disattesi e calpestati nel mondo. L’indifferenza da una parte, l’intolleranza dall’altra tendono a sgretolare ogni giorno di più la solidarietà che dovrebbe esistere tra uomo e uomo, tra i vari gruppi sociali, tra le varie nazioni. Sembrano trionfare, invece, gli egoismi individuali e collettivi, resi sempre più raffinati e micidiali dalle risorse della tecnologia e dall’evoluzione dei mass-media.
In questa situazione di squilibrio, che può condurre agli esiti più imprevedibili, Giovanni Paolo II pubblica la sua seconda enciclica sociale, la Sollecitudo Rei Socialis, il 30 dicembre 1987, per commemorare il ventesimo anniversario della Populorum Progressio di Paolo VI.
“Lo sviluppo è il nuovo nome della pace”, aveva proclamato Papa Montini. Ma le tensioni internazionali e quelle settoriali, ai più diversi livelli, avevano impedito sia la promozione dello sviluppo, sia il conseguimento della pace.
“La pace è opera della giustizia”, aveva detto ai suoi tempi Pio XII, in mezzo a un mondo immerso nella conflagrazione mondiale.
“Il motto del pontificato del mio venerato predecessore Pio XII era Opus iustitiae pax, la pace come frutto della giustizia. Oggi si potrebbe dire, con la stessa esattezza e la stessa forza di ispirazione biblica (Is 32,17); (Gc 3,18): Opus solidaritatis pax, la pace come frutto della solidarietà”1.
Il fine della sollecitudine sociale della Chiesa, popolo di Dio, è l’autentico sviluppo integrale dell’uomo e della società, il rispetto della sua soggettività, in particolare nel diritto a realizzare la sua persona nelle sue profonde intenzioni e vocazioni creative.
La sollecitudine sociale della Chiesa, finalizzata ad un autentico sviluppo dell’uomo e della società, che rispetti e promuova la persona umana in tutte le sue dimensioni, si è sempre
1 GIOVANNI PAOLO II, Lettera Enciclica Sollicitudo Rei Socialis, (3 dicembre 1987), in Enchiridion delle Encicliche, Vol. 8, CED, Bologna 1998, nn. 785.
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espressa nei modi più svariati2.
2.2 – “IUS INCEPTA OECONOMICA”
Una delle dimensioni che consentono all’uomo di realizzare la propria persona e promuovere un progresso per il bene comune è il diritto alla iniziativa economica, aspetto che trasforma l’uomo in creatore e gli consente di esprimere la propria soggettiva creatività.
Occorre rilevare che nel mondo d’oggi, tra gli altri diritti, viene spesso soffocato il diritto di iniziativa economica. Eppure si tratta di un diritto importante non solo per il singolo individuo, ma anche per il bene comune. L’esperienza ci dimostra che la negazione di un tale diritto, o la sua limitazione in nome di una pretesa «eguaglianza» di tutti nella società riduce, o addirittura distrugge di fatto lo spirito d’iniziativa, cioè la soggettività creativa del cittadino3.
Nella Populorum Progressio si afferma, allo stesso modo, come ogni uomo abbia il diritto di esprimere la propria creatività, e come questo suo fondamentale diritto gli permetta di imitare il suo Creatore e in più di seguire il Vangelo, in quanto gli consente di riconoscere i propri fratelli.
Dio, che ha dotato l’uomo d’intelligenza, d’immaginazione e di sensibilità, gli ha in tal modo fornito il mezzo con cui portare in certo modo a compimento la sua opera: sia egli artista o artigiano, imprenditore, operaio o contadino, ogni lavoratore è un creatore. Chino su una materia che gli resiste, l’operaio le imprime il suo segno, sviluppando nel contempo la sua tenacia, la sua ingegnosità e il suo spirito inventivo. Diremo di più: vissuto in comune, condividendo speranze, sofferenze, ambizioni e gioie, il lavoro unisce le volontà, ravvicina gli spiriti e fonde i cuori: nel compierlo, gli uomini si scoprono fratelli4.
Così come per il lavoro, anche per l’intrapresa economica il punto di partenza è sempre la persona, la quale necessita di un incontro con l’altro per rivelarsi pienamente, e ciò si esprime anche nella dimensione economica.
Gran parte delle dottrine economiche ufficiali non solo mostra notevoli limiti nel comprendere i problemi e i risultati in termini di crescita del benessere materiale della persona che intraprende, ma ignora anche l’insieme delle virtù necessarie affinché si sviluppi una coerente cultura di impresa. La teoria economica preferisce studiare l’impresa inserita all’interno di uno schema concettuale statico e meccanico, un luogo asettico, rigorosamente privo di valori, illudendosi di poter misurare le relazioni economico-sociali,
2 SrS n.1, in EE/8 n. 775.
3 SrS n.1, in EE/8 n. 790.
4 Popolurum progressio, n. 27.
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prescindendo dall’elemento centrale dell’economia: la persona. Riduce la ricerca a un esame di laboratorio, e l’impresa a un semplice algoritmo econometrico che associa input-output. La visione della DSC invece parte dall’uomo, e dunque cade, evolve e muore insieme ai suoi valori. L’uomo d’impresa giunge al “crocevia dello sviluppo”5 (rischio, sofferenza, incomprensione), portando con sé una serie di doni (capitali): virtù, abilità, fantasia e intelligenza, conoscenze tecnologiche e scientifiche e non ultimo, il capitale finanziario. Così, ad esempio, capire il modo in cui dalla fatica e dal sacrificio quotidiano possiamo ottenere maggior sviluppo, oltre a essere il compito principale dell’imprenditore e del dirigente, rappresenta una attività razionale il cui fondamento è di natura etica.
Il diritto alla iniziativa economica traduce letteralmente dal latino “Asseverari necesse est in huius temporis mundo saepius restingui inter alia iura etiam ius ad propria incepta oeconomica”6, ma non rende il senso della frase. Infatti in inglese le parole “incepta oeconomica” vengono tradotte con entrepreneurial initiative; in tedesco invece unternehmerisce initiative. Sarebbe più corretto, in italiano, tradurle come “intrapresa” o “iniziativa imprenditoriale” oppure semplicemente “imprenditorialità”, termine che meglio spiega come è l’iniziativa creativa dell’uomo a essere valorizzata e difesa, essendo considerata come un diritto primario della persona.
“The Pope use the Latin word for “one’s own enterprises”, faithfully rendered in the Germany translation but also well set forth in English as “economic initiative”. Thus , the world’s American meaning was made clearer although the cringingly American term “enterprise was obscured. No other social encyclical before has proclaimed the right to entrepreneurial initiative with such clarity and provided it with an ethical foundation. This implies a clear rejection of any collectivistic order of economy and society, witch has no room for entrepreneurial initiative. In other words: freedom is an essential element of a social order witch is in compliance with Catholic Social Teaching”7.
Il Papa, nella Sollicitudo Rei Socialis, difende il diritto dell’uomo a intraprendere, sia per il bene comune a favore di tutti, sia come diritto fondamentale dell’uomo, al pari della libertà religiosa e della vita stessa.
“The pope defended the right to individual enterprise , first , as necessary to the common good; and , second, as a fundamental human right, like religious liberty, founded in the subjectivity of the person, that i, in each person’s being made in the image of the creator”8.
In questo modo, l’intrapresa imprenditoriale non è solo una iniziativa egoistica, ma
5Cfr. M. VITALE, Sviluppo e spirito d’impresa, il Veltro Editore, Firenze 2007.
6 Ibidem.
7 M. NOVAK, Free Person and the Common good, Madison Books, 1989, p.134.
8 Ibidem.
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corrisponde a ciò che alcuni di noi sono chiamati a percorrere per il benessere della umanità. La comprensione di questo fondamentale aspetto, sia da parte degli imprenditori che di economisti e politici, nonché del clero, potrebbe agevolare misure corrette di aiuto e sostegno a quanti hanno tale vocazione, non strutturando risposte di tipo collettivistico, ma semplicemente spronando le varie vocazioni a venir fuori e ad operare in un sistema fortemente indirizzato a valorizzare la persona.
E’ possibile fondare il diritto alla iniziativa economica sulla soggettività creativa della persona umana, che serve il bene comune in quanto sviluppa la dimensione trascendente della persona umana stessa, mantenendo la distinzione tra valore oggettivo e valore soggettivo del lavoro.
Il diritto alla intrapresa economica assume il rango di diritto inalienabile, in quanto espressione dell’umana intelligenza e della esigenza di rispondere ai bisogni umani in modo creativo e collaborativo. Cos’è infatti la competizione imprenditoriale se non un cum-petere, ossia un cercare insieme, magari rischiando, le soluzioni più adeguate che rispondono nel modo più efficace possibile ai bisogni che man mano si presentano ed esigono di essere soddisfatti? Il senso di responsabilità, che scaturisce dalla libera intrapresa economica, si configura tanto come virtù personale, indispensabile alla crescita umana del singolo, quanto come una teoria sociale necessaria allo sviluppo di una comunità solidale.
2.3 – I PERICOLI CHE LIMITANO IL DIRITTO ALL’INIZIATIVA IMPRENDITORIALE
L’ affermazione che ogni lavoratore è un creatore e pone la sua vocazione a servizio del bene comune, lo rende soggetto di un diritto fondamentale. Ma come tutti i diritti ha bisogno di una legislazione che gli permetta di farsi valere; dunque, si devono affrontare e sconfiggere i pericoli che minano le fondamenta dell’ “incepta oeconomica”. Il diritto alla soggettività creativa necessita di circostanze ben precise per far sì che essa non venga soffocata. Il diritto alla iniziativa richiede che per primo si mettano al centro l’uomo e le sue fondamentali relazioni: la famiglia, la città, la nazione. L’uomo è il soggetto dell’intrapresa economica, e deve sentirsi tutelato per poter esprimere tutte le sue potenzialità. Sistemi che invece lo considerano un semplice oggetto, lo rendono incapace di esprimere la propria creatività, spingendolo a un livellamento verso il basso, che gli impedisce di esprimere la vocazione a intraprendere. Si sviluppa la passività, che porta alla frustrazione e alla emigrazione.
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Di conseguenza sorge, in questo modo, non tanto una vera eguaglianza, quanto un «livellamento in basso». Al posto dell’iniziativa creativa nasce la passività, la dipendenza e la sottomissione all’apparato burocratico che, come unico organo «disponente» e «decisionale» – se non addirittura «possessore» – della totalità dei beni e mezzi di produzione, mette tutti in una posizione di dipendenza quasi assoluta, che è simile alla tradizionale dipendenza dell’operaio-proletario dal capitalismo. Ciò provoca un senso di frustrazione o disperazione e predispone al disimpegno dalla vita nazionale, spingendo molti all’emigrazione e favorendo, altresì, una forma di emigrazione «psicologica»9.
Il sistema collettivistico, al pari del capitalismo liberista, opprime l’uomo a tal punto da impedirgli di essere uomo. In entrambi i casi, si tratta di rendere l’uomo una macchina, senza possibilità di esprimersi nelle cose che realizza. Il comando passa nelle mani di un funzionario di partito o negli ingranaggi delle mega industrie, ove egli risulta essere un semplice componente dell’ingranaggio.
In alcune nazioni al posto dei proprietari indipendenti che realizza se stesso sulla propria creatività, volontà e forza si sostituisce l’alto funzionario, il politico il quale adula le masse per conquistare il potere e conservarlo. Lo Stato ingloba tutto e tutti verso un “livellamento universale” inarrestabile, ecco la malattia profonda del secolo XIX dice Einaudi sull’analisi fatta da Ropke che rende tutti gli uomini tutti uguali gli uni agli altri,invidiosi e corrosi nell’animo alla ricerca di una bieca sicurezza nelle braccia del mortifero collettivismo. Vermassung è il termine tedesco che utilizza Ropke per definire tale “livellamento universale” unito a uno stato d’animo che riduce l’uomo a massa informe sciolto da vincoli valoriali profondi, come la famiglia, le persone, la proprietà, la creatività, il bene comune10.
Il problema è di tipo culturale, il Papa sollecita la Chiesa a farsi interprete nel mondo di una comprensione dell’uomo nella sua integralità e nei suoi diritti fondamentali. La Dottrina Sociale della Chiesa non può esimersi da questo fondamentale compito evangelizzatore, e cioè donare all’uomo la piena comprensione di sé di essere creatura tra le creature.
In breve, il sottosviluppo dei nostri giorni non è soltanto economico, ma anche culturale, politico e semplicemente umano, come già rilevava venti anni fa l’Enciclica Populorum Progressio. Sicché, a questo punto, occorre domandarsi se la realtà così triste di oggi non sia, almeno in parte, il risultato di una concezione troppo limitata, ossia prevalentemente economica, dello sviluppo11.
La Dottrina Sociale della Chiesa intende valorizzare la capacità di iniziativa dell’uomo e avvisa tutti gli uomini delle minacce che li limitano, andando contro il bene comune.
9 SrS n.15, in EE/8 n. 790.
10 W. ROPKE , citato in F. FORTE- F. FELICE, Il liberalismo delle regole, Rubbettino, 2010, p.209.
11 SrS n. 15, in EE/8 n. 790.
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2.4 – LE STRUTTURE DI PECCATO E IL FRUTTO DELLA SOLIDARIETÀ
Il perseguimento del bene comune attraverso l’intrapresa imprenditoriale incontra alcuni problemi legati ai peccati commessi dalle singole persone, che danno vita a vere e proprie “strutture di peccato”, che appaiono assai difficili da superare.
É da rilevare, pertanto, che un mondo diviso in blocchi, sostenuti da ideologie rigide, dove, invece dell’interdipendenza e della solidarietà, dominano differenti forme di imperialismo, non può che essere un mondo sottomesso a «strutture di peccato». La somma dei fattori negativi, che agiscono in senso contrario a una vera coscienza del bene comune universale e all’esigenza di favorirlo, dà l’impressione di creare, in persone e istituzioni, un ostacolo difficile da superare12.
Le strutture di peccato sono direttamente riconducibili alle azioni personali degli uomini che, perseguendo beni contrari al bene comune, impediscono la principale finalità della vita comune: la solidarietà.
Se la situazione di oggi è da attribuire a difficoltà di diversa indole, non è fuori luogo parlare di «strutture di peccato», le quali – come ho affermato nell’Esortazione Apostolica Reconciliatio et paenitentia – si radicano nel peccato personale e, quindi, sono sempre collegate ad atti concreti delle persone, che le introducono, le consolidano e le rendono difficili da rimuovere. E così esse si rafforzano, si diffondono e diventano sorgente di altri peccati, condizionando la condotta degli uomini. «Peccato» e «strutture di peccato» sono categorie che non sono spesso applicate alla situazione del mondo contemporaneo. Non si arriva, però, facilmente alla comprensione profonda della realtà quale si presenta ai nostri occhi, senza dare un nome alla radice dei mali che ci affliggono. Si può parlare certo di «egoismo» e di «corta veduta»; si può fare riferimento a «calcoli politici sbagliati», a «decisioni economiche imprudenti». E in ciascuna di tali valutazioni si nota un’eco di natura etico-morale. La condizione dell’uomo è tale da rendere difficile un’analisi più profonda delle azioni e delle omissioni delle persone senza implicare, in una maniera o nell’altra, giudizi o riferimenti di ordine etico13.
In particolare, il Papa individua nel mondo contemporaneo due principali mali che impediscono le finalità solidaristiche: il profitto fine a se stesso e la sete di potere. L’assolutizzazione del profitto e la brama del potere impongono una volontà superiore, che impedisce all’uomo di inseguire la propria volontà e vocazione personale. L’uomo viene così spossessato della sua principale fonte di realizzazione personale, e reso un automa.
A questa analisi generale di ordine religioso si possono aggiungere alcune considerazioni particolari, per notare che tra le azioni e gli atteggiamenti opposti alla volontà di Dio e al bene del prossimo e le «strutture» che essi inducono, i più caratteristici sembrano oggi soprattutto due: da una parte, la brama esclusiva del profitto e dall’altra, la sete del potere
12 SrS n. 36.
13 Ibidem.
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col proposito di imporre agli altri la propria volontà. A ciascuno di questi atteggiamenti si può aggiungere, per caratterizzarli meglio, l’espressione: «a qualsiasi prezzo». In altre parole, siamo di fronte all’assolutizzazione di atteggiamenti umani con tutte le possibili conseguenze14.
Questi due aspetti assolutizzati sono frutto di un male etico-morale, frutto di molti peccati singoli che formano strutture di peccato. La Dottrina sociale della Chiesa ha il compito di guarire questa malattia e di indicare una medicina per l’uomo.
Alla luce del Vangelo tutto, l’umanità deve convergere verso la comprensione che il male è di tipo morale, non solo di tipo tecnico. Occorre agire sul comportamento umano, sulla morale che lo sorregge, solo così la malattia può essere debellata. Altrimenti le soluzioni tecniche possono risolvere soltanto alcuni effetti momentanei della malattia, senza intaccare la causa della stessa. Occorre andare alla radice del comportamento dell’uomo, ed egli stesso deve arrendersi alla necessità di una conversione verso i valori profondi della sua natura, in modo da riscoprire l’uomo e metterlo al centro di ogni relazione.
É da auspicare che anche gli uomini e le donne privi di una fede esplicita siano convinti che gli ostacoli frapposti al pieno sviluppo non sono soltanto di ordine economico, ma dipendono da atteggiamenti più profondi configurabili, per l’essere umano, in valori assoluti. Perciò, è sperabile che quanti, in una misura o l’altra, sono responsabili di una «vita più umana» verso i propri simili, ispirati o no da una fede religiosa, si rendano pienamente conto dell’urgente necessità di un cambiamento degli atteggiamenti spirituali, che definiscono I rapporti di ogni uomo con se stesso, col prossimo, con le comunità umane, anche le più lontane, e con la natura. in virtù di valori superiori, come il bene comune, o, per riprendere la felice espressione dell’Enciclica Populorum Progressio, il pieno sviluppo «di tutto l’uomo e di tutti gli uomini»15.
La partecipazione di tutti alla comprensione del male morale che affligge il mondo comporta la condivisione della principale finalità della Dottrina Sociale della Chiesa: la solidarietà. L’uomo vive delle relazioni con gli altri, è nella sua natura. Questa interdipendenza lo rende capace di impegnarsi per il bene comune, e gli fa comprendere che siamo responsabili gli uni per gli altri.
Si tratta, innanzitutto, dell’interdipendenza, sentita come sistema determinante di relazioni nel mondo contemporaneo, nelle sue componenti economica, culturale, politica e religiosa, e assunta come categoria morale. Quando l’interdipendenza viene così riconosciuta, la correlativa risposta, come atteggiamento morale e sociale, come «virtù»», è la solidarietà. Questa, dunque, non è un sentimento di vaga compassione o di superficiale intenerimento per i mali di tante persone, vicine o lontane. Al contrario, è la determinazione ferma e
14 SrS n. 37, in EE/8 n. 810.
15 SrS n. 38, in EE/8 n. 813.
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perseverante di impegnarsi per il bene comune: ossia per il bene di tutti e di ciascuno perché tutti siamo veramente responsabili di tutti. Tale determinazione è fondata sulla salda convinzione che le cause che frenano il pieno sviluppo siano quella brama del profitto e quella sete del potere, di cui si è parlato16.
2. 5 – CONCLUSIONE
La solidarietà si consegue se l’uomo può disporre liberamente dei suoi diritti fondamentali tra i quali risulta essere importante quello della “intrapresa economica”, a patto che lo stesso non si trasformi nell’assolutizzare il profitto e nella brama di potere. Spetta al governo degli uomini con leggi giuste e applicabili da un punto di vista giuridico, e spetta alla Dottrina Sociale con i valori del Vangelo, impedire a chi è più dotato di schiacciare chi è meno dotato, in modo che tutti possano esprimere la soggettività creativa nel proprio lavoro. Lo sviluppo umano è una questione di etica-morale e non solo di tecnica-economica. Il magistero della Chiesa riconosce l’importanza della soggettiva creatività dell’uomo come capacità culturale di generare una comunità forte e solidale, in cui tutti gli uomini possano esprimere sé stessi nel rispetto dell’altro e alla luce del messaggio di Cristo. Esso riconosce altresì che la stessa dimensione soggettiva può cadere nel peccato di assolutizzare aspetti che snaturano l’uomo stesso e trasformarsi in qualcosa che va contro la solidarietà e il bene comune. Occorre vigilare e scrutare i segni dei tempi e sollecitare gli uomini di buona volontà a seguire i dettami del Vangelo e far sì che l’uomo non crei strutture di peccato nella società in cui viviamo.
Uno sviluppo soltanto economico non è in grado di liberare l’uomo, anzi, al contrario, finisce con l’asservirlo ancora di più. Uno sviluppo, che non comprenda le dimensioni culturali, trascendenti e religiose dell’uomo e della società nella misura in cui non riconosce l’esistenza di tali dimensioni e non orienta ad esse i propri traguardi e priorità, ancor meno contribuisce alla vera liberazione. L’essere umano è totalmente libero solo quando e se stesso, nella pienezza dei suoi diritti e doveri: la stessa cosa si deve dire dell’intera società. L’ostacolo principale da superare per una vera liberazione è il peccato e le strutture da esso indotte, man mano che si moltiplica e si estende17.
16 Ibidem.
17 SrS n.15, in EE/8 n. 820.
CAPITOLO III
LA SOGGETTIVITÀ CREATIVA E L’IMPRENDITORIALITÀ
NELLA CENTESIMUS ANNUS
3.1 – INTRODUZIONE
Nel centesimo anno dalla pubblicazione della Rerum Novarum1, il primo maggio 1991 Giovanni Paolo II emana l’enciclica Centesimus Annus. Nel giorno di San Giuseppe lavoratore, il magistero sociale della Chiesa, nella sua essenza, non è cambiato. Al centro ci sono sempre l’uomo e la solidarietà. Leone XIII parlava di amicizia, Pio XI di “carità sociale”, Paolo VI di “civiltà dell’amore”. Si tratta sempre della stessa cosa: riconoscere Dio in ogni uomo e ogni uomo in Dio, perché alla radice di ogni perversione economica, sociale e politica sta l’errore sull’uomo, strumentalizzato in mille forme, e l’errore su Dio, respinto con l’ateismo teorico e pratico.
Giovanni Paolo II, riconosciuta e sottolineata l’attualità straordinaria dell’enciclica di Leone XIII, analizzate le ultime novità, ribadisce la condanna di ogni forma di totalitarismo, di utilitarismo, di fondamentalismo, esprimendo la riprovazione definitiva del marxismo ateo ma respingendo anche una concezione alienante della cosiddetta “economia di mercato”. Sì, dunque, alla democrazia e alla economia libera, ma sempre nel quadro indispensabile della solidarietà, che viene meglio espressa nella capacità dell’uomo di realizzare tutte le sue dimensioni, da quella spirituale a quella creativa. Nella enciclica seguente, il Pontefice rafforza e specifica meglio quanto sia necessaria all’uomo, per se e per il progresso di tutti, la realizzazione della sua integrità.
3.2 – L’ECONOMIA DI MERCATO
La Centesimus Annus espone il sistema economico che meglio permette all’uomo di riconoscere le sue dimensioni sociali importanti. Ne mostra quali sono i limiti entro i quali deve esplicarsi e quali sono i pericoli da considerare affinché sia per l’uomo. L’autentica
1 Cfr LEONE XIII, Lettera enciclica Rerum Novarum, (15 maggio 1891), in Enchiridion delle Encicliche. Vol. 3, EDB, Bologna 1995, nn. 861-938.
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economia d’impresa o economia di mercato o, semplicemente, economia libera, è quella che permette all’uomo di essere uomo.
Un sistema economico che riconosce il ruolo fondamentale e positivo dell’impresa, del mercato, della proprietà privata e della conseguente responsabilità per i mezzi di produzione, della libera creatività umana nel settore dell’economia,… sarebbe più appropriato parlare di economia d’impresa, o di economia di mercato, o semplicemente di economia libera2 .
In inglese l’enciclica traduce il termine business Economy, ovvero l’economia basata sugli affari realizzati dalle iniziative imprenditoriali. Le attività economiche, al pari di qualsiasi altra dimensione dell’agire umano, non si realizzano mai in un vuoto morale o in un mondo virtuale, ma all’interno di un determinato contesto culturale, le cui matrici possono essere riconosciute e apprezzate ovvero trascurate o disprezzate. In questa prospettiva, una sana economia di mercato è sempre limitata da un ordine giuridico che impone delle regole, e da istituzioni morali, come la famiglia e la pluralità dei corpi intermedi, che interagiscono con essa e la influenzano, essendone esse stesse influenzate.
L’economia di mercato è sempre plasmata dalla cultura nella quale essa vive ed è influenzata dalle azioni e dalle abitudini quotidiane di coloro che la pongono in essere, poiché le azioni dei singoli influenzano la qualità della vita all’interno della società. Persino nel fenomeno del consumismo.
Nel modo in cui insorgono e sono definiti i nuovi bisogni, è sempre operante una concezione più o meno adeguata dell’uomo e del suo vero bene: attraverso le scelte di produzione e di consumo si manifesta una determinata cultura, come concezione globale della vita. È qui che sorge il fenomeno del consumismo. Individuando nuovi bisogni e nuove modalità per il loro soddisfacimento, è necessario lasciarsi guidare da un’immagine integrale dell’uomo, che rispetti tutte le dimensioni del suo essere e subordini quelle materiali e istintive a quelle interiori e spirituali. Al contrario, rivolgendosi direttamente ai suoi istinti e prescindendo in diverso modo dalla sua realtà personale cosciente e libera, si possono creare abitudini di consumo e stili di vita oggettivamente illeciti e spesso dannosi per la sua salute fisica e spirituale3.
Rispetto al rapporto tra economia di mercato e Cristianesimo, l’enciclica di Giovanni Paolo II, a cento anni dalla Rerum Novarum,, in cui il capitalismo veniva visto solo nei suoi aspetti negativi al pari del nascente comunismo, ne mostra i lati che esaltano l’uomo. In essa il Papa esprime una tanto netta quanto condizionata preferenza per quella che egli chiama economia libera, o capitalismo, rettamente intesa. Comunque lo si voglia
2 GIOVANNI PAOLO II, Lettera Enciclica Centesimus annus, (1 maggio 1991), n. 42, in Enchiridion Encicliche. Vol. 8, Centro editoriale Dehoniane, Bologna 1998, n.1342.
3CA n. 36, in EE/8 n. 1336.
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chiamare, tale sistema presuppone come elementi fondanti l’impresa, il mercato, la libertà, la responsabilità, l’imprenditore, la creatività e la disponibilità ad assumersi il ragionevole rischio; tutti elementi che caratterizzano l’agire umano, all’interno di una cornice legislativa che ne regoli e ne limiti la discrezionalità.
Ferma restando l’incommensurabilità di un qualsiasi sistema politico o economico (sempre contingente e imperfetto) con l’ideale evangelico, le donne e gli uomini di ogni tempo, latitudine e longitudine, vivono nella storia e con essa si devono misurare. Potremmo dire che vivono il dramma del diventare se stessi: il dramma del già e non ancora.
Per la Centesimus Annus esistono due tipi di capitalismo: uno apprezzabile e un altro profondamente deprecabile, perché ingiusto, che la Chiesa rigetta in quanto nega la virtù. È bene rileggere attentamente l’intero passo illuminante, caposaldo della Dottrina Sociale della Chiesa, dove il capitalismo necessita di essere inquadrato in un solido contesto giuridico, al servizio della libertà e integralità della persona, ponendo sempre al centro l’aspetto etico e religioso.
Se con «capitalismo» si indica un sistema economico che riconosce il ruolo fondamentale e positivo dell’impresa, del mercato, della proprietà privata e della conseguente responsabilità per i mezzi di produzione, della libera creatività umana nel settore dell’economia, la risposta è certamente positiva, anche se forse sarebbe più appropriato parlare di «economia d’impresa», o di «economia di mercato», o semplicemente di «economia libera». Ma se con «capitalismo» si intende un sistema in cui la libertà nel settore dell’economia non è inquadrata in un solido contesto giuridico che la metta al servizio della libertà umana integrale e la consideri come una particolare dimensione di questa libertà, il cui centro è etico e religioso, allora la risposta è decisamente negativa. La soluzione marxista è fallita, ma permangono nel mondo fenomeni di emarginazione e di sfruttamento, specialmente nel Terzo Mondo, nonché fenomeni di alienazione umana, specialmente nei Paesi più avanzati, contro i quali si leva con fermezza la voce della Chiesa.4
La critica di Giovanni Paolo II al capitalismo che non è al servizio della libertà integrale dell’uomo e della famiglia nel suo insieme, nonché la contestuale proposta dell’economia libera, rappresentano importanti acquisizioni magisteriali, che è opportuno far entrare a pieno titolo nella pastorale sociale. L’elemento discriminante è individuato nella libera creatività umana assicurata dal settore economico capitalistico e da un solido contesto giuridico che ne ponga chiari limiti: è questa libertà creativa che rende accettabile l’economia di libero mercato, in quanto espressione di una dimensione originaria e inviolabile dell’uomo. Il capitalismo così può essere, al tempo stesso, positivo e negativo
4CA n. 42, in EE/8 n. 1342.
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per l’uomo. Dipende da come il capitalismo si limita nelle sue assolutizzazioni e da come l’uomo, essendo il principale protagonista dell’economia, si realizza nella sua integrità spirituale e corporale. L’importanza della persona umana al centro del sistema economico caratterizza tutta la riflessione della Dottrina Sociale della Chiesa. È un uomo che raggiunge la sua pienezza nel lavoro e nella contemplazione, aspetti complementari dell’essere uomo.
3.3 – LA PROPRIETÀ PRIVATA AL SERVIZIO DEL BENE COMUNE E LA PROPRIETÀ DELLE CONOSCENZE, DELLA TECNICA E DEL SAPERE
L’enciclica conferma nella sua analisi quanto Leone XIII scrisse a proposito della proprietà privata, della sua necessità e dei suoi limiti. Il Concilio Vaticano II ha riproposto nella Gaudium et spes e riordinato le stesse analisi. La proprietà privata vista come un bene di cui ognuno deve usufruire per il bene proprio e di tutta la comunità: in questo modo si ottiene un prolungamento della libertà umana. Solo attraverso una diffusa responsabilità derivante dalla proprietà privata, le istituzioni contribuiscono al bene comune, poiché la proprietà privata ha una funzione sociale che si fonda sulla legge della comune destinazione universale dei beni.
«L’uomo, usando di questi beni, deve considerare le cose esteriori che legittimamente possiede non solo come proprie, ma anche come comuni, nel senso che possono giovare non unicamente a lui, ma anche agli altri». E poco oltre: «La proprietà privata o un qualche potere sui beni esterni assicurano a ciascuno una zona del tutto necessaria di autonomia personale e familiare, e devono considerarsi come un prolungamento della libertà umana… La stessa proprietà privata ha per sua natura anche una funzione sociale, che si fonda sulla legge della comune destinazione dei beni»5.
L’origine di tutto è sempre il sommo Creatore, ma il concetto di proprietà privata è fatto salvo per il fatto che la sua origine dipende dall’azione dell’uomo che genera la proprietà privata tramite il suo lavoro, la sua intelligenza e la sua libertà d’azione. In tal modo l’uomo mette a frutto la vocazione ricevuta gratuitamente. L’origine della proprietà individuale è dunque l’azione soggettiva e creativa dell’uomo.
La prima origine di tutto ciò che è bene è l’atto stesso di Dio che ha creato la terra e l’uomo, ed all’uomo ha dato la terra perché la domini col suo lavoro e ne goda i frutti (cf Gn 1,28-29). Dio ha dato la terra a tutto il genere umano, perché essa sostenti tutti i suoi membri, senza escludere né privilegiare nessuno. È qui la radice dell’universale destinazione dei
5CA n. 30, in EE/8 n. 1330.
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beni della terra. Questa, in ragione della sua stessa fecondità e capacità di soddisfare i bisogni dell’uomo, è il primo dono di Dio per il sostentamento della vita umana. Ora, la terra non dona i suoi frutti senza una peculiare risposta dell’uomo al dono di Dio, cioè senza il lavoro: è mediante il lavoro che l’uomo, usando la sua intelligenza e la sua libertà, riesce a dominarla e ne fa la sua degna dimora. In tal modo egli fa propria una parte della terra, che appunto si è acquistata col lavoro. È qui l’origine della proprietà individuale. E ovviamente egli ha anche la responsabilità di non impedire che altri uomini abbiano la loro parte del dono di Dio, anzi deve cooperare con loro per dominare insieme tutta la terra6.
Oggi, però, oltre alla proprietà privata, ciò che maggiormente assume un valore primiziale è il ruolo del lavoro umano, un fattore produttivo decisivo per lo sviluppo economico della società. Risultano decisive le capacità dell’uomo di comprendere i bisogni e creare prodotti per soddisfarli. Inoltre la tecnica consente una maggiore produttività del capitale e dei mezzi tecnici. Il lavoro non è mai un lavoro isolato, tutt’altro: è un lavoro con l’altro e per l’altro. Sono l’intelligenza e la voglia di soddisfare i bisogni degli altri fattori che spingono l’uomo al lavoro fecondo e produttivo.
Nel nostro tempo, diventa sempre più rilevante il ruolo del lavoro umano, come fattore produttivo delle ricchezze immateriali e materiali; diventa, inoltre, evidente come il lavoro di un uomo si intrecci naturalmente con quello di altri uomini. Oggi più che mai lavorare è un lavorare con gli altri e un lavorare per gli altri: è un fare qualcosa per qualcuno. Il lavoro è tanto più fecondo e produttivo, quanto più l’uomo è capace di conoscere le potenzialità produttive della terra e di leggere in profondità i bisogni dell’altro uomo, per il quale il lavoro è fatto7.
La società moderna valorizza il lavoro dell’uomo che si basa sulla conoscenza della tecnica e del sapere. Negli studi economici si parla di “know-how and tecnhology and skills”8. La vera ricchezza delle nazioni si basa sui saperi accumulati, sulla tecnologia e sulle competenze che sono in grado di differenziare le offerte produttive rispetto agli altri produttori.
– Il Know-How è il sapere accumulato, che consente di ottenere un notevole vantaggio competitivo rispetto ai competitors, in quanto l’esperienza, che si accumula in un dato, specifico campo produttivo, permette di costruire delle barriere tra concorrenti e all’entrata nel settore di eventuali nuovi concorrenti.
– La tecnologia utilizzata è invece legata al progresso tecnico-scientifico dell’intera nazione; in tal modo è tutto il sistema nazione che permette un vantaggio competitivo
6CA n. 31, in EE/8 n. 1331.
7 Ibidem.
8 In inglese la Centesimus Annus, al cap 32, esprime i termini tipici della teoria economica d’impresa rispetto al testo italiano: “In our time, in particular, there exists another form of ownership which is becoming no less important than land: the possession of know-how, technology and skill. The wealth of the industrialized nations is based much more on this kind of ownership than on natural resources.”
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rispetto alle altre nazioni.
– Gli Skills sono le competenze delle risorse umane che l’impresa forma nel corso del tempo; anche questo aspetto si lega alla capacità della nazione di offrire scuole di formazione in grado di offrire competenze che si integrino con le tecnologie adottate, allo scopo di costruire un sapere accumulato difendibile nel corso del tempo.
Ma un’altra forma di proprietà esiste, in particolare, nel nostro tempo e riveste un’importanza non inferiore a quella della terra: è la proprietà della conoscenza, della tecnica e del sapere. Su questo tipo di proprietà si fonda la ricchezza delle Nazioni industrializzate molto più che su quella delle risorse naturali. Si è ora accennato al fatto che l’uomo lavora con gli altri uomini, partecipando ad un «lavoro sociale» che abbraccia cerchi progressivamente più ampi. Chi produce un oggetto, lo fa in genere, oltre che per l’uso personale, perché altri possano usarne dopo aver pagato il giusto prezzo, stabilito di comune accordo mediante una libera trattativa. Ora, proprio la capacità di conoscere tempestivamente i bisogni degli altri uomini e le combinazioni dei fattori produttivi più idonei a soddisfarli, è un’altra importante fonte di ricchezza nella società moderna9.
3.4 – LA CAPACITÀ IMPRENDITORIALE: FONTE DI RICCHEZZA NELL’ODIERNA SOCIETÀ
Attraverso la creatività, l’imprenditore alloca in modo originale ed ottimale le risorse umane, economiche e tecniche, e così risponde ai bisogni e ai desideri della società, con una visione di lungo periodo, ponendo in essere una organizzazione del lavoro produttivo, in considerazione delle condizioni incerte di un futuro ignoto.
Il Pontefice centra l’essenza del sistema economico capitalistico che ha creato la più sorprendente crescita economica dell’umanità. Una crescita dipesa soprattutto dall’uomo, con i suoi valori, i suoi saperi e la sua cultura. La forza creatrice dell’uomo non ha eguali nella capacità di generare ricchezza, in quanto lo indirizza a concretizzare la propria vocazione. In questo modo si realizza non solo la singola persona, ma tutta la società ne trae giovamento, quelli che nel gergo economico sono chiamati gli stakeholders. Infatti l’enciclica sottolinea come lo sforzo organizzativo e l’assunzione del rischio generino una fonte di ricchezza incomparabile per tutti. La “ius incepta” della precedente enciclica, diventa qui la capacità di iniziativa economica e di imprenditorialità. È questa la vera fonte di ricchezza, che si fonda sull’uomo creativo e sulla sua vocazione in grado di soddisfare i bisogni degli altri, assumendo i giusti rischi. Un lavoro che esige moltissimo dall’uomo e che necessita di disciplina, di creatività e di iniziativa.
9 CA n. 32, in EE/8 n. 1332.
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Organizzare un tale sforzo produttivo, pianificare la sua durata nel tempo, procurare che esso corrisponda in modo positivo ai bisogni che deve soddisfare, assumendo i rischi necessari: è, anche questo, una fonte di ricchezza nell’odierna società. Ciò che permette all’uomo di emergere nel campo economico è il lavoro che necessita sempre di essere disciplinato correttamente e creativo, inoltre specifica il papa che la sua essenza è da ricercarsi nella capacità di iniziativa e di imprenditorialità10.
Al centro, dunque, rimane sempre l’uomo con le sue forze, illuminato, intelligente e disciplinato. Perseguire tali valori necessita di una enorme forza spirituale e valoriale oltre che corporale.
Molte virtù sono al servizio del lavoro imprenditoriale, sia svolto singolarmente che in comune, sia nel lavoro in azienda che sul mercato. L’elenco di tali virtù fa capire quanto esse siano necessarie per il sostentamento di una società rivolta alla solidarietà e al bene comune:
 la diligenza
 la laboriosità
 la prudenza nell’assumere i ragionevoli rischi
 l’affidabilità e la fedeltà nei rapporti interpersonali
 la fortezza nelle decisioni per far fronte ai rovesci come ai successi.
Dall’elenco delle virtù necessarie per svolgere il lavoro di imprenditore, si evince chiaramente come nella odierna economia ciò che conta è l’uomo, nella sua integrità valoriale. Questo non può essere sottostimato, anzi è proprio la comprensione della sua grande importanza che deve far riflettere a fondo su cosa conta nel contesto economico, e ciò permette una ricchezza economica.
In effetti, la principale risorsa dell’uomo insieme con la terra è l’uomo stesso. È la sua intelligenza che fa scoprire le potenzialità produttive della terra e le multiformi modalità con cui i bisogni umani possono essere soddisfatti. È il suo disciplinato lavoro, in solidale collaborazione, che consente la creazione di comunità di lavoro sempre più ampie ed affidabili per operare la trasformazione dell’ambiente naturale e dello stesso ambiente umano. In questo processo sono coinvolte importanti virtù, come la diligenza, la laboriosità, la prudenza nell’assumere i ragionevoli rischi, l’affidabilità e la fedeltà nei rapporti interpersonali, la fortezza nell’esecuzione di decisioni difficili e dolorose, ma necessarie per il lavoro comune dell’azienda e per far fronte agli eventuali rovesci di fortuna11.
L’uomo stesso è il fattore decisivo, con la sua capacità di conoscenza attraverso il sapere scientifico e la sua capacità di organizzazione solidale, oltre alla sua predisposizione
10 Ibidem.
11 Ibidem.
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a intuire e soddisfare i bisogni degli altri. Nel sistema economico, egli ha la libertà di fare e la responsabilità di come usare questa libertà.
La moderna economia d’impresa comporta aspetti positivi, la cui radice è la libertà della persona, che si esprime in campo economico come in tanti altri campi. L’economia, infatti, è un settore della multiforme attività umana, ed in essa, come in ogni altro campo, vale il diritto alla libertà, come il dovere di fare un uso responsabile di essa. Ma è importante notare che ci sono differenze specifiche tra queste tendenze della moderna società e quelle del passato anche recente. Se un tempo il fattore decisivo della produzione era la terra e più tardi il capitale, inteso come massa di macchinari e di beni strumentali, oggi il fattore decisivo è sempre più l’uomo stesso, e cioè la sua capacità di conoscenza che viene in luce mediante il sapere scientifico, la sua capacità di organizzazione solidale, la sua capacità di intuire e soddisfare il bisogno dell’altro12.
3.5 – IL LAVORO LIBERO DELL’IMPRESA E DELLA PARTECIPAZIONE
La Centesimus Annus mette in guardia dal pericolo che corre il sistema economico capitalistico. Il capitale privato può prendere il sopravvento sull’uomo, ma nemmeno il suo opposto, il capitale “sociale” è una soluzione idonea, laddove esso elegga il burocrate o il politico di turno a dirigere l’economia. E’ necessario, per evitare tali pericoli, che ci siano opportuni controlli sociali e Statali, per fare sì che il lavoro risulti libero, così come sono l’impresa e la possibilità di ognuno di prenderne parte.
In questo senso si può giustamente parlare di lotta contro un sistema economico, inteso come metodo che assicura l’assoluta prevalenza del capitale, del possesso degli strumenti di produzione e della terra rispetto alla libera soggettività del lavoro dell’uomo. A questa lotta contro un tale sistema non si pone, come modello alternativo, il sistema socialista, che di fatto risulta essere un capitalismo di stato, ma una società del lavoro libero, dell’impresa e della partecipazione. Essa non si oppone al mercato, ma chiede che sia opportunamente controllato dalle forze sociali e dallo Stato, in modo da garantire la soddisfazione delle esigenze fondamentali di tutta la società13.
La Dottrina sociale riconosce la positività dell’impresa, che si esplica nel mercato in un contesto giuridico efficace. Tuttavia, impone che essa sia orientata sempre al bene comune, nel rispetto della dignità delle persone – i lavoratori – in modo che essi possano esercitare la propria intelligenza e libertà. Lo sviluppo integrale sviluppo della persona umana nel lavoro favorisce una maggiore produttività ed efficacia nel lavoro stesso. L’impresa deve essere intesa in primis come
12 Ibidem.
13CA n. 35, in EE/8 n. 1335.
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società di persone in cui ognuno offre il proprio peculiare apporto. Venir meno a questo aspetto significa snaturare l’economia stessa, la quale si tramuterebbe in un meccanismo perverso, che invece di servire l’uomo lo schiavizzerebbe. Si eleva qui il monito della Chiesa a considerare l’essenza della istituzione economica.
A tale impegno la Chiesa offre, come indispensabile orientamento ideale, la propria dottrina sociale, che – come si è detto – riconosce la positività del mercato e dell’impresa, ma indica, nello stesso tempo, la necessità che questi siano orientati verso il bene comune. Essa riconosce anche la legittimità degli sforzi dei lavoratori per conseguire il pieno rispetto della loro dignità e spazi maggiori di partecipazione nella vita dell’azienda, di modo che, pur lavorando insieme con altri e sotto la direzione di altri, possano, in un certo senso, «lavorare in proprio» esercitando la loro intelligenza e libertà. L’integrale sviluppo della persona umana nel lavoro non contraddice, ma piuttosto favorisce la maggiore produttività ed efficacia del lavoro stesso, anche se ciò può indebolire assetti di potere consolidati. L’azienda non può essere considerata solo come una «società di capitali»; essa, al tempo stesso, è una «società di persone», di cui entrano a far parte in modo diverso e con specifiche responsabilità sia coloro che forniscono il capitale necessario per la sua attività, sia coloro che vi collaborano col loro lavoro14.
3.6 – IL CAPITALE SOCIALE
Il capitale sociale è da sempre considerato nella sua piena importanza dalla DSC, come giusta valorizzazione del capitale umano, che sostenga la centralità della persona e contrasti l’idolatria dell’individualismo. Al concetto di capitale fisico dell’economia tradizionale, si è affiancato quello di capitale umano e, recentemente, quello di capitale sociale. Questo si deve alla considerazione più attenta dei fattori salienti dello sviluppo economico, dove gli elementi abitualmente considerati – capitale fisico, capitale naturale e capitale umano – solo in parte rendono ragione dei processi di crescita economica, lasciando in ombra le modalità e le forme di interazione tra i diversi attori economici. Un ritardo in sé comprensibile e rivelatore: mentre il capitale fisico è direttamente e interamente tangibile e il capitale umano, pur meno tangibile, è in qualche modo rilevabile, il capitale sociale (costituito da relazioni) appare, ed è, difficilmente misurabile.
Con il termine capitale umano si intendono le conoscenze o le abilità del soggetto, spendibili sul mercato del lavoro.
Con il termine capitale sociale invece si intende la rete di relazioni familiari e/o sociali che può accrescere il capitale umano. La rete di relazioni che si fondano su ciò che conta per la maggior parte della gente nella vita quotidiana delle persone: segnatamente, la
14CA n. 43, in EE/8 n. 1343.
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buona volontà, l’amicizia, la fiducia, l’intesa, la simpatia e, più in generale, ciò che va sotto il nome di “reciprocità” fra individui e famiglie che compongono una stessa unità sociale. In letteratura, la categoria di capitale sociale è stata presentata in prospettiva diversa a seconda dell’antropologia cui viene sottesa.
Un paradigma cosiddetto “individualista” è quello, in forza del quale si presume che il capitale sociale sia concepito in chiave di razionalità economica, come il prodotto di strategie sociali orientate (coscientemente o meno) verso l’istituzione o la riproduzione di relazioni sociali direttamente utilizzabili, nel breve o nel lungo periodo. Qui il capitale sociale deriva dalla trama di rapporti, da relazioni di reciprocità poste in essere per i fini più disparati: un gruppo o un individuo giungono a possedere una rete stabile – un capitale – di relazioni più o meno istituzionalizzate di mutuo riconoscimento e di conoscenza, trasmessogli a sua volta dalla famiglia o dalle istituzioni di cui beneficia.
Un altro paradigma è quello denominato “comunitarista”, per il quale il capitale sociale consiste nel far proprie le norme morali di una comunità e, nel suo ambito, acquisire valori come la lealtà, l’onestà e l’affidabilità. Questo paradigma presume che il capitale sociale non possa essere accumulato semplicemente mediante l’agire individuale, bensì si fondi sulla prevalenza delle virtù sociali sopra quelle individuali. L’interesse del singolo sarebbe subordinato a quello della comunità, intesa non come luogo di relazioni di reciprocità o prossimità, ma come riferimento normativo di appartenenza obbediente.
Infine c’è il paradigma cosiddetto “relazionale”, che condivide con alcune versioni dell’individualismo metodologico l’enfasi posta sul soggetto e che propriamente concepisce il capitale umano come forma o figura delle reti di relazioni che esso alimenta e che pongono in reciprocità le risorse individuali. Reciprocità che si presume sia espressione dell’umano, oggettuale e non meramente strumentale, quindi, non diversamente dall’individualismo metodologico, possibilmente aperta e oblativa. I fautori di tali paradigmi, così come molti dell’individualismo metodologico, tentano di porsi nell’alveo della sussidiarietà, facendo emergere tutto il peso specifico della persona e delle sue azioni, nonché la sua costitutiva destinazione alla vita sociale.
Nella visione personalista propria della DSC, la realizzazione della persona (il suo successo) è legata al superamento della inflessione autoreferenziale. Senza una forte connotazione antropologica personalistica, l’affermazione della soggettività può scadere in forme di egoismo socioeconomico e raggiungere, anche non intenzionalmente, il collettivismo, producendo il regno di massa che è il regno della irresponsabilità. La centralità della persona si illumina alla luce del vangelo, e la DSC ha la sua forza proprio
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nell’antropo-centrismo del Vangelo.
Per contrapposte ragioni, sia un certo capitalismo sia il collettivismo riducono l’attività umana a mero valore oggettivo, trascurando l’aspetto soggettivo, la realizzazione che nel lavoro, e più in generale nell’agire, l’uomo fa di se stesso e non ne comprendono il significato antropologico, perché non riconoscono la centralità della persona. Negare la persona è negare il reale valore del lavoro, la sua dimensione soggettiva, la sua propensione allo sviluppo. Come ben sintetizza la Centesimus Annus:
i punti sottolineati, non certo gli unici dell’Enciclica, si pongono in continuità nel Magistero sociale della Chiesa, anche alla luce di una sana concezione della proprietà privata, del lavoro, del processo economico, della realtà dello Stato e, prima di tutto, dell’uomo stesso. Altri temi saranno menzionati in seguito nell’esaminare taluni aspetti della realtà contemporanea; ma occorre tener presente fin d’ora che ciò che fa da trama e, in certo modo, da guida all’Enciclica ed a tutta la DSC, è la corretta concezione della persona umana e del suo valore unico, in quanto «l’uomo … in terra è la sola creatura che Dio abbia voluto per se stessa».15
La centralità della persona come norma ermeneutica e nucleo euristico della DSC trae origine e consistenza da un orizzonte metafisico e da uno spessore ontologico, senza i quali rischia di implodere in affermazione retorica.
Né la visione individualista né la visione comunitarista sono capaci di radicare il soggetto e la sua libertà in una visione adeguata: la prima rischia di produrre varie forme di egoismo sociale, la seconda, a lungo andare, il collettivismo che demotiva e deresponsabilizza l’uomo.
In entrambi i casi esiste il rischio, estremo ma fondato, che possa venir vanificata la possibilità di elaborare criteri di valutazione condivisi, con l’emergere conseguentemente di una ermeneutica dell’indifferenza in cui l’io, smarrita l’identità (specie nel comunitarismo) afferma se stesso come strumento asservito ai propri disegni. Questa divaricazione tra etica individualista e responsabilità sociale produce un grande disagio psicologico e inibisce l’espressione compiuta di sé: il capitale umano, di cui il soggetto è provvisto, viene come paralizzato, con impoverimento relazionale e frustrazione personale. In pratica tende a non trasformarsi in capitale sociale.
La libertà, non esplicata nella positiva espressione di sé, si compensa con pretese autoreferenziali narcisistiche, quando non esplode nella violenza sia auto che etero distruttiva: quando non si trasforma, quindi, in responsabilità.
15 CA n.11, in EE,/8, n. 1338.
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3.7 – IL SENSO DI RESPONSABILITÀ
E’ possibile fondare il diritto alla iniziativa economica sulla soggettività creativa della persona umana, che serve il bene comune in quanto sviluppa la dimensione trascendente della persona umana, mantenendo la distinzione tra valore oggettivo e valore soggettivo del lavoro.
Il diritto all’intrapresa economica assume il rango di diritto inalienabile, in quanto espressione dell’umana intelligenza e della esigenza di rispondere ai bisogni umani in modo creativo e collaborativo. Cos’è infatti la competizione imprenditoriale se non un cum-petere, ossia un cercare insieme, magari rischiando, le soluzioni più adeguate che rispondono nel modo più efficace possibile ai bisogni che man mano si presentano ed esigono di essere soddisfatti? Il senso di responsabilità che scaturisce dalla libera intrapresa economica si configura tanto come virtù personale, indispensabile alla crescita umana del singolo, quanto come teoria sociale necessaria allo sviluppo di una comunità solidale. A tal proposito la Centesimus Annus afferma.
In questo processo sono coinvolte importanti virtù, come la diligenza, la laboriosità, la prudenza nell’assumere i ragionevoli rischi, l’affidabilità e la fedeltà nei rapporti interpersonali, la fortezza nell’esecuzione di decisioni difficili e dolorose, ma necessarie per il lavoro comune dell’azienda e per far fronte agli eventuali rovesci di fortuna.16
Il termine corretto per indicare la somma delle virtù necessarie per una società libera e ordinata è solidarietà. Grazie ad essa, ciascuno si fa responsabile verso tutti e si sente coinvolto nel perseguimento del bene comune.
L’esercizio della solidarietà all’interno di ogni società è valido, quando i suoi componenti si riconoscono tra di loro come persone. Coloro che contano di più, disponendo di una porzione più grande di beni e di servizi comuni, si sentano responsabili dei più deboli e siano disposti a condividere quanto possiedono… La solidarietà ci aiuta a vedere l’«altro»-persona, popolo o Nazione-non come uno strumento qualsiasi, per sfruttarne a basso costo la capacità di lavoro e la resistenza fisica, abbandonandolo poi quando non serve più ma come un nostro «simile», un «aiuto» (Gen2,18), da rendere partecipe, al pari di noi, del banchetto della vita, a cui tutti gli uomini sono egualmente invitati da Dio. Di qui l’importanza di risvegliare la coscienza religiosa degli uomini e dei popoli. Sono così esclusi lo sfruttamento, l’oppressione, l’annientamento degli altri….. In tal modo la solidarietà da noi proposta è via alla pace e insieme allo sviluppo. Infatti, la pace del mondo è inconcepibile se non si giunge, da parte dei responsabili, a riconoscere che l’interdipendenza esige di per sé il superamento della politica dei blocchi, la rinuncia a ogni forma di imperialismo economico, militare o politico, e la trasformazione della reciproca
16 Ivi, n. 32, in EE/8 n. 1410.
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diffidenza in collaborazione. Questo è, appunto, l’atto proprio della solidarietà tra individui e Nazioni.”17
3.8 – L’IMPRESA COME COMUNITÀ DI UOMINI
Il fatto che, attraverso l’organizzazione aziendale, tutte le parti coinvolte possano ottenere un ragionevole livello di soddisfazione, indica la funzione sociale-distributiva della proprietà privata: “L’appropriazione dei beni è legittima al fine di garantire la libertà e la dignità delle persone, di aiutare ciascuno a soddisfare i propri bisogni fondamentali e i bisogni di coloro di cui ha la responsabilità.”18
La prima forma di cooperazione, che emerge dalla riflessione intorno alla moderna economia imprenditoriale, è la comunità che imprenditori e dirigenti cercano di edificare all’interno della propria azienda, coinvolgendo i lavoratori in un virtuoso spirito di partecipazione e in una costante tensione morale, volta al rispetto della dignità di ciascuna persona coinvolta nel ciclo produttivo aziendale.
Tale forma si fonda sul presupposto che sia il lavoro stesso a creare la comunità, e la solidarietà che è possibile sperimentare in essa possa rappresentare per i lavoratori un’occasione di auto-realizzazione personale. Il lavoro, d’altro canto, è anche il mezzo che consente l’edificazione di altre comunità: la famiglia, il gruppo umano, la nazione.
In virtù delle sue esigenze funzionali, l’azienda necessita di una serie di operazioni pratiche, che evidenziano un’ulteriore forma di cooperazione tra tutti i soggetti con i quali essa entra in contatto, i cosiddetti stakeholders: fornitori, clienti, sindacati, banche, funzionari pubblici, sistema trasporti, ecc. ecc. In sintesi, tutti gli organismi sociali con i quali l’azienda si relaziona.
L’organizzazione aziendale si poggia sul presupposto che il fine dell’azione economica sia fondamentalmente di natura sociale, e pertanto essa richiede un’organizzazione che possieda una forza maggiore e una vita più lunga rispetto alla esistenza del singolo. Il carattere sociale dell’attività imprenditoriale si evince anche soltanto considerando il ruolo di un qualsiasi direttore generale di una grande azienda: egli trascorre gran parte del suo tempo a prendere decisioni sul personale, a infondere uno spirito di unità, di collaborazione e di iniziativa a tutta l’organizzazione. Tuttavia la maggior parte delle decisioni che assumerà implicano tipi di conoscenza che egli non ha.
17 SRS n. 39, in EE/8 n. 952.
18 CCC n. 2402.
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Queste decisioni dovranno essere prese necessariamente in gruppo. Un manager efficace difficilmente potrà agire da autocrate: dovrà conquistarsi la fiducia e la collaborazione di molti. Dunque lo spirito associativo è essenziale alla vita di un’azienda, così come la mancanza di coordinamento tra i vari livelli (supponiamo tra manager e impiegati) provocherebbe una diminuzione dei controlli sulla qualità del lavoro e una netta frattura tra i bisogni che il mercato esprime e la possibilità che l’azienda ha di soddisfarli, con evidenti risultati disastrosi nel campo della produzione, della necessaria innovazione e della qualità del prodotto, con conseguenti effetti negativi nei confronti del cliente finale.
3.9 – CONCLUSIONE
La Centesimus Annus, dunque, rappresenta il tronco che dona solidità alla Dottrina Sociale della Chiesa sui temi del lavoro e della soggettività creativa d’impresa.
Chiarisce che all’interno del sistema economico, denominato di mercato, l’imprenditore capitalista prospera solo in presenza di determinate e precise delimitazioni.
Il caposaldo istituzionale è la proprietà privata, alla quale si devono affiancare le proprietà specifiche delle persone nei confronti del lavoro. Il Know-how, gli skills e la tecnologia sono oggi determinanti nel mondo economico.
L’imprenditore sfrutta tali proprietà, la sua capacità è fonte di notevole ricchezza per il bene comune, e nel lungo periodo si traduce in solidarietà. Naturalmente, per realizzare ciò, egli deve avere una serie di caratteristiche che ne fanno una persona vera e integrale: la diligenza, la laboriosità, la prudenza nell’assumere i ragionevoli rischi, l’affidabilità e la fedeltà nei rapporti interpersonali, la fortezza nelle decisioni per far fronte alle sconfitte come ai successi e, non ultimo, il senso della responsabilità.
Per questo l’imprenditore non può essere lasciato solo ad affrontare i pericoli, occorre un supporto spirituale notevole in modo che non perda la retta via, sia a causa di un notevole successo sia nel caso di insuccesso dell’iniziativa economica.
L’enciclica ricorda infine che l’impresa è sempre una comunità di persone che persegue un obiettivo comune, e che tutti devono essere incoraggiati a contribuire per realizzarne la missione.
CAPITOLO IV
LA CARITAS IN VERITATE E L’IMPRENDITORIALITÀ
4.1 – INTRODUZIONE
La Caritas in Veritate è una sollecitazione forte a ritrovare le radici e le responsabilità etiche dell‟agire economico. Ma la vera novità sta nella decisa affermazione che non può esserci giustizia senza un ribaltamento del modello antropologico: la libertà dell‟uomo si corrompe quando non riconosce la Verità di Dio.
Nell’attuale contesto sociale e culturale, in cui è diffusa la tendenza a relativizzare il vero, vivere la carità nella verità porta a comprendere che l’adesione ai valori del Cristianesimo è elemento non solo utile, ma indispensabile per la costruzione di una buona società e di un vero sviluppo umano integrale. Un Cristianesimo di carità senza verità può venire facilmente scambiato per una riserva di buoni sentimenti, utili per la convivenza sociale, ma marginali. In questo modo non ci sarebbe più un vero e proprio posto per Dio nel mondo. Senza la verità, la carità viene relegata in un ambito ristretto e privato di relazioni. È esclusa dai progetti e dai processi di costruzione di uno sviluppo umano di portata universale, nel dialogo tra i saperi e le operatività1.
Ci si può avvicinare alla terza enciclica di Benedetto XVI in due modi. Il primo, più semplice, è quello di una verifica degli scopi e dei limiti dell‟economia globalizzata del ventunesimo secolo. È vero – come sottolinea il Papa – che la Chiesa «non ha soluzioni tecniche da offrire». Questo nuovo e ricco capitolo della sua dottrina sociale non si limita comunque a ribadire i principi generali dell‟impegno “non negoziabile” per la giustizia, la pace e uno sviluppo autentico perché finalizzato alla promozione di ogni uomo e di tutto l‟uomo. Si ritrova, certo, un vocabolario ormai consolidato: la necessità di orientare l‟economia di mercato e la misura di efficienza del profitto alla realizzazione del bene comune; il dovere di liberare l‟intera famiglia umana dal giogo della fame, della miseria e dell‟ignoranza; il metodo della sussidiarietà; il primato del lavoro e della persona; i doveri nei confronti dell‟ambiente. Ma l‟enciclica entra allo stesso tempo nel vivo di esperienze e temi come l’imprenditorialità, il non profit, la finanza etica e il micro-credito, il capitalismo degli stakeholders e la responsabilità sociale, lo sfruttamento delle risorse energetiche, le regole del commercio internazionale, i flussi migratori, il ruolo dei cittadini-consumatori e
1 BENEDETTO XVI, lettera enciclica Caritas in Veritate (9 giugno 2009), n. 4, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2009.
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delle loro associazioni. Non tace sulle nuove forme di sfruttamento legate ad una pratica disinvolta della delocalizzazione, così come al turismo sessuale.
Offre, soprattutto, un‟interpretazione della logica del dono e della gratuità come correttivi dall‟interno della logica puramente commutativa del contratto, con l‟obiettivo di superare la contrapposizione fra l‟interesse auto-diretto da una parte e i valori della solidarietà e della fiducia reciproca dall‟altra. Questo ha un’importante ricaduta politica: non si nega il ruolo degli stati, ma si guarda ad una riorganizzazione policentrica e plurivalente del potere e delle stesse organizzazioni internazionali, in vista di un governo finalmente efficace della globalizzazione.
Fermarsi a questo livello significherebbe però mancare la vera sfida dell‟enciclica. Non si tratta di ripetere, con Adam Smith, che una società basata sull‟amore, la gratitudine e l‟amicizia (la carità) è, alla resa dei conti, anche più fiorente e felice. E nemmeno di fissare i paletti di una disuguaglianza tollerabile, passabilmente compatibile con il vincolo della fratellanza universale, imposto dalle religioni, e delle varie dichiarazioni dei diritti umani.
Il tema – lo dicono senza equivoci il titolo e l‟Introduzione – è la Verità. Il confronto è ancora una volta, come in tutto il magistero di Benedetto XVI, sull‟idea di razionalità, rattrappita dal mondo moderno nella sua versione empirica, strumentale, utilitarista e che occorre invece rilanciare in tutta la sua portata pratica e addirittura metafisica. Non c‟è giustizia – in economia come in politica – senza questa ragione. E la Caritas in Veritate va interpretata, di conseguenza, secondo una triplice scansione.
La prima è quella di razionalità formale e materiale, nei termini già definiti da Weber. L‟economia ha affermato la sua autonomia dall‟etica e anche dal diritto, autoassicurandosi la neutralità e univocità del suo metodo: il puro calcolo di condizioni e mezzi per la gestione efficiente di beni, servizi e bisogni. In virtù di questa “universalità” si è imposta, insieme alla tecnoscienza, come l‟asse di riferimento anche simbolico della globalizzazione, con il rischio di una deriva ideologica che può sfociare nella riduzione dell‟umanità a mezzo, “misurato” come tutti gli altri nel medium del denaro. Ma l‟agire economico resta una forma del fare dell‟uomo e dunque della sua libertà di orientarsi a scopi e fini, alla sostanza di specifiche esigenze etiche, politiche, di ceto o di qualsiasi altra specie. La pretesa autonomia dell‟economia ha spinto in troppe occasioni ad abusare dei suoi strumenti «in modo persino distruttivo». Ecco perché, per Benedetto XVI, questo è uno degli ambiti nei quali più urgente si avverte il bisogno di un allargamento del concetto di ragione e del suo uso, se non si vuole smarrire «la visione dell‟intero bene dell‟uomo
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nelle varie dimensioni che lo caratterizzano» (§§ 34 e 31) 2.
La seconda, necessaria scansione è quella di storia e natura. L‟economia non si “raddrizza” semplicemente facendo appello alla sensibilità morale degli individui. Occorre riconoscere che un‟etica economica che prescindesse dall‟ancoraggio al valore immutabile delle norme morali naturali «rischierebbe di diventare funzionale ai sistemi economico-finanziari esistenti, anziché correttiva delle loro disfunzioni». È il rischio che si corre quando i diritti non sono limitati dai doveri fissati da un‟antropologia i cui contenuti non sono ostaggio di un malinteso pluralismo, non dipendono cioè dalle mode e neppure dalle deliberazioni di un‟assemblea, e non possono «essere cambiati in ogni momento».
Definendo la Caritas in Veritate un‟enciclica sociale, in realtà, se ne coglie solo l‟aspetto per così dire “applicativo”. La questione centrale posta da Benedetto XVI è appunto la questione antropologica, cioè l‟alternativa secca fra un‟umanità chiusa nel divenire di un orizzonte senza Verità, sorda ad ogni prospettiva di senso che non venga da essa prodotta e per questo facile preda del potere di una tecnica assolta dalla sua responsabilità morale e, dall‟altra parte, il riconoscimento dell‟umanità e del suo sviluppo come vocazione, esperienza che è sì di libertà ma tuttavia incapace «di darsi da sé il proprio significato ultimo» (§ 16).
Immanenza o trascendenza: questa è l‟ultima, essenziale alternativa della carità. Il Papa conclude, riprendendo dalla Populorum Progressio con una citazione di De Lubac: «L‟umanesimo che esclude Dio è un umanesimo disumano», perché senza Dio lo sviluppo o viene negato o viene affidato alle mani dell‟uomo, «che cade nella presunzione dell‟auto-salvezza»3.
In Gesù di Nazaret Benedetto XVI aveva definito senza mezzi termini «un insieme di chiacchiere utopistiche prive di contenuto reale» la pretesa di costruire la pace e la giustizia a prescindere da Dio. La Caritas in Veritate non è meno esplicita nell‟affermare che «l‟adesione ai valori del Cristianesimo è elemento non solo utile, ma indispensabile per la costruzione di una buona società e di un vero sviluppo integrale» 4. La via dell‟economia si ricongiunge così alla via maestra di questo pontificato: il conflitto fra la ragione e la fede deve essere superato, perché nel conflitto si perdono entrambe.
2 CiV n. 34.
3 CiV n. 78.
4 CiV n. 4.
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4.2 – IL PRINCIPIO DI GRATUITÀ
Per spiegare il principio di gratuità partiamo da un episodio. Nel 1998, ad Haifa, per 4 mesi fu realizzato un esperimento in 10 asili-nido. In questi asili, come in tutti gli asili del mondo, i genitori a volte arrivavano tardi, oltre la chiusura, a prendere i loro bambini. Questi ritardi gravavano sulle maestre le quali dovevano trattenersi oltre l‟orario di lavoro. Ad un certo punto, e su consiglio di economisti, si decise di introdurre una multa, sulla base della teoria economica che vede la multa come un aumento del prezzo della flessibilità, determinando così una riduzione dei ritardi.
L‟esperimento diede invece risultati diversi da quelli attesi: l’introduzione della multa fece aumentare i ritardi del 40%. Cosa c‟è che non funziona nel meccanismo economico? Come mai si verificano questi comportamenti che, in buona parte, vanno contro il senso comune? Più precisamente dobbiamo chiederci: qual è il meccanismo che si innesca quando passiamo da un sistema di relazioni basato sul dono ad uno basato sul sistema dei prezzi? Cos‟è successo con l‟introduzione della multa sui ritardi?
Prima della multa, i genitori ragionavano più o meno nel seguente modo: le maestre, fino alle 16,00 fanno il loro normale lavoro per il quale sono retribuite. Se io faccio ritardo, loro mi aspettano e non abbandonano il bambino, sulla base di un altro principio, la gratuità. Questo loro comportamento induce in me una risposta anch‟essa basata non sulla logica dello scambio di mercato, ma sulla gratuità. Allora cerco di arrivare il più possibile puntale. I genitori sapevano cioè che l‟asilo funzionava grazie ad un “di più” di gratuità delle maestre che non stavano a mercanteggiare i minuti non dovuti dal contratto. L‟obbligazione morale di non strumentalizzare e approfittare della gratuità portava i genitori a investire risorse pur di arrivare puntuali.
Che cosa ha cambiato l‟introduzione del meccanismo economico della multa monetaria? I genitori hanno dedotto che da quel momento in poi l‟asilo poteva funzionare anche senza il “di più ” della gratuità, e hanno considerato la multa come un prezzo, come la nascita di un mercato dove prima c‟era un meccanismo diverso.
Una volta nato il “mercato dei ritardi” i genitori hanno iniziato a fare i calcoli in termini di costi e benefici economici. In altre parole, prima della multa la razionalità che portava all‟impegno era un rispetto al valore: i genitori non sceglievano la quantità di ritardo sulla base di un calcolo costi-benefici ma sulla base di un valore, di una norma etica: non è giusto far attendere le maestre che si offrono di rimanere per “il di più“ necessario. Dopo la multa la razionalità è cambiata, ed è diventata quella tipicamente
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economica, quella strumentale, del calcolo economico, quella che i sociologi chiamano “individualismo assiologico”5.
Un‟altra spiegazione del paradosso fa leva sulla ricompensa intrinseca della gratuità: quando i genitori, prima dell‟introduzione della multa, arrivavano puntuali, quel loro atto aumentava la proprio autostima, era una forma di remunerazione non monetaria, intrinseca, che era sufficiente a far vincere la loro pigrizia o a far saltare un appuntamento di lavoro pur di non arrivare in ritardo; una volta introdotta la multa, i genitori pensarono che da quel momento in poi il loro arrivare puntuali non sarebbe stato giudicato dalle maestre un comportamento gratuito e quindi degno di stima, ma dovuto al desiderio strumentale di non incorrere nella multa. Così l‟incentivo monetario scacciava, riduceva quello non monetario.
L‟esperimento però non finì con l‟introduzione della multa: visti i cattivi risultati, di segno opposto rispetto alle aspettative delle maestre, ad un certo punto la multa fu tolta, ma il ritardo medio non diminuì, non tornò indietro, attestandosi invece sugli stessi valori delle settimane in cui operava la multa. L‟interpretazione di questo fatto può essere molto semplice: una volta che la gratuità viene rimpiazzata dal contratto, resta contratto per sempre: una volta che un rapporto diventa merce, resta merce per sempre.6
Cosa ci dicono questi e simili fatti?
– La gratuità non ha buoni sostituti, e funziona meglio in molti servizi relazionali: non è solo più “umana”, è anche più efficiente.
– Non posso accrescerne l‟offerta tramite incentivi di mercato, ma con forme coerenti con il principio di gratuità.
Studi mostrano che mentre il ragazzino (o il lavoratore volontario) se pagato per ogni lavoretto non fa più nulla gratis, doni monetari una tantum non solo non spiazzano la gratuità ma la rafforzano. Ciò sta a significare che rivendicare l‟autonomia del principio di gratuità non significa vedere il mercato, il contratto, o il denaro come di per sé distruttivi della gratuità: se ben gestito, anche un incentivo monetario può rafforzare (invece di spiazzare) le motivazioni intrinseche.
Per la spinta che la società civile sta imprimendo dal basso alle imprese, sempre più si sta sviluppando, e soprattutto si svilupperà nei prossimi anni, la responsabilità sociale dell‟impresa: un‟impresa che si prende cura anche di cose che qualche anno fa erano
5 Per individualismo assiologico si intende quella concezione filosofica secondo cui alla base dell‟agire economico vi sarebbe sempre un individuo con l‟unica motivazione di massimizzare la propria utilità.
6 Esperimento tratto da: U. GNEEZY – A. RUSTICHINI, A fine is a price, in Journal of Legal studies, Gennaio 2000.
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considerate competenza dello Stato, delle Chiese o della società civile. In un certo senso, un po‟ tutte le imprese, liberamente o costrette dalla domanda, dovranno diventare sociali.
Lo specifico dell’impresa sociale è il principio di gratuità. L‟impresa è sociale se costruisce attorno alla gratuità la sua identità, se la valorizza come perla preziosa (anche in termini competitivi e di efficienza), se non cerca di trasformarla in contratto. Non crede cioè che la funzione della gratuità possa essere svolta, con pari o migliore efficienza, da contratti sofisticati. Per questo la protegge e la potenzia:
1. producendo prodotti che rispettano le leggi, l’ambiente e ogni tipo di cultura della vita;
2. attraverso una vendita che conquista la fiducia del consumatore, che non deve sentirsi in alcun modo sfruttato dalla situazione contingente;
3. valorizzando i lavoratori volontari, che, sotto varie forme e modalità, sono una componente essenziale delle imprese sociali;
4. dando posto nella normale attività d‟impresa a soggetti svantaggiati, come risorse e non come vincoli;
5. cercando di rimanere “sociale” anche diventando sempre più “impresa”, sviluppando una cultura aziendale della gratuità, che deve impregnare di sé tutta la mission aziendale.
La cultura aziendale di gratuità deve tradursi in procedure, in buone pratiche, in una “governance di gratuità” che investe la quotidianità dell‟impresa. La gratuità, cifra tipica dell‟economia sociale, sembra dunque essere necessaria anche al mercato “normale”, purché resti gratuità: “l’attività economica non può prescindere dalla gratuità, che dissemina e alimenta la solidarietà e la responsabilità per la giustizia e il bene comune nei suoi vari soggetti e attori. Si tratta, in definitiva, di una forma concreta e profonda di democrazia economica”7.
Esploriamo ancora un poco questo punto, il cui dato di partenza risiede nella presa di coscienza, sempre più evidenziata dalla pratica e dalla teoria, che il mercato, per poter funzionare, ha bisogno anche di una certa dose di gratuità, che però non riesce di per sé a produrre e replicare endogenamente.
Nessuno vorrebbe vivere in un mondo dove infermieri, insegnanti, dottori, baristi e macellai agissero solo negli stretti limiti del contratto, dove ogni loro azione fosse solo l‟esecuzione di una prestazione prevista. Molti servizi relazionali, per poter rispondere alle
7 CiV n. 38.
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esigenze dei clienti, richiedono una certa dose di genuinità e di non strumentalità. Io voglio che il medico mi curi bene non solo perché esegue un contratto, o addirittura perché vuole tenermi vivo per avere da me ancora soldi in futuro, ma anche perché è genuinamente interessato alla mia guarigione. Possiamo anche ipotizzare che questo secondo elemento non ci sia, ma allora la mia soddisfazione è minore, e potendo scegliere, a parità di altre condizioni, mi troverò un altro medico dove ci sia questo “qualcosa in più”. E vorrei maestre che nell‟asilo dei miei figli facessero un rimprovero o una carezza non solo per lo stipendio, ma anche perché sono genuinamente interessate alla crescita di quei bambini. Questo per dire che anche nei comportamenti di mercato più “normali” c‟è bisogno un “di più” che il contratto non può prevedere.
Certo, potremmo pure rassegnarci ad una vita economica senza questo “di più”: ma avremmo un‟economia e una società certamente più povere. Quanto si sta verificando in questi ultimi anni mostra che la domanda di beni relazionali (quei beni che dipendono dalle motivazioni di chi li produce) cresce con il reddito, e con essa anche la domanda di quel “di più”: se i beni diventano sempre meno oggettivi e sempre più soggettivi e personalizzati, allora il come, il rapporto che si instaura tra i contraenti, è il fattore cruciale. Accade quindi che il rapporto umano genuino o non-strumentale stia diventando un bene scarso nelle economie avanzate, che tutti richiedono ma pochi sanno, o possono, offrire: i beni più preziosi non debbono essere cercati, ma attesi.
Anche la diminuzione di felicità nelle società a reddito avanzato è legata all‟aumento della domanda di beni relazionali che, purtroppo, incontra raramente l‟offerta. Ma c‟è ancora qualcos‟altro da dire: il paradosso che emerge quando il contratto cerca di utilizzare questi comportamenti genuini. Accade che essi si snaturino, si distruggano: se sono pagato per sorridere ad un anziano, il mio sorriso perde quel di più che è quanto esattamente voleva l’anziano cliente; o se mi insegnano ad essere gentile e interessato al cliente per vendere di più, nel momento in cui il cliente percepisce la strumentalità del mio atteggiamento, ottengo proprio l‟effetto opposto a quello desiderato.
Si attua, anche in questo caso, il fenomeno noto come “spiazzamento”, che ha il suo archetipo nella cosiddetta “legge di Gresham”: la moneta cattiva scaccia la buona. In questo caso la moneta cattiva sono le motivazioni strumentali che scacciano quella buona, rappresentata qui dalle motivazioni intrinseche, basate sul principio di gratuità.
Come abbiamo visto nell’esempio citato all‟inizio, quando in aree di vita sociale basate originariamente sulla gratuità arriva il meccanismo dello scambio strumentale, quest‟ultimo sostituisce, spiazza appunto, la gratuità; come visto nell‟esperimento degli
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asili, tolta la multa, il processo sembra essere irreversibile; per questo motivo occorre valutare bene i costi dell‟estensione della logica del contratto e degli incentivi, anche all‟interno dei delicati meccanismi dell‟economia sociale.
Quindi, se il mercato non protegge il principio di gratuità crea le premesse della sua stessa fine, il mercato per il suo stesso funzionamento ha bisogno della fiducia. L‟estendersi della logica di mercato porta con sé l‟estendersi della razionalità strumentale. La logica strumentale (quella del contratto) avanza riducendo gli ambiti di azione della fiducia genuina. L‟estendersi globale del mercato porta dunque con sé l‟erosione dei legami di fiducia da cui esso stesso dipende.
Quando la logica del mercato e quella dello Stato si accordano tra loro per continuare nel monopolio dei rispettivi ambiti di influenza, alla lunga vengono meno la solidarietà nelle relazioni tra i cittadini, la partecipazione e l’adesione, l’agire gratuito, che sono altra cosa rispetto al “dare per avere”, proprio della logica dello scambio, e al “dare per dovere”, proprio della logica dei comportamenti pubblici, imposti per legge dallo Stato. La vittoria sul sottosviluppo richiede di agire non solo sul miglioramento delle transazioni fondate sullo scambio, non solo sui trasferimenti delle strutture assistenziali di natura pubblica, ma soprattutto sulla progressiva apertura, in contesto mondiale, a forme di attività economica caratterizzate da quote di gratuità e di comunione. Il mercato della gratuità non esiste e non si possono disporre per legge atteggiamenti gratuiti. Eppure sia il mercato sia la politica hanno bisogno di persone aperte al dono reciproco.”8.
È sotto gli occhi di tutti che oggi si stanno confrontando, in certi casi scontrando, due concezioni su quale debba essere il rapporto tra la sfera economica (mercato) e la sfera sociale (solidarietà) e, più in generale, su quale siano la natura e le funzioni del mercato.
Da una parte abbiamo coloro – i cosiddetti “neoliberisti” – che vedono nell‟estensione dei mercati e dell‟efficienza la soluzione a tutti i mali sociali; dall‟altra abbiamo invece chi considera l‟avanzare dei mercati come una desertificazione della società, perché distruttori di quel capitale sociale indispensabile per ogni convivenza autenticamente umana: quindi li combatte e si protegge da essi.
L‟esperienza e l‟elaborazione culturale dell‟economia sociale si presentano invece come qualcosa di diverso rispetto alle due visioni dominanti. Infatti, la cultura tipica dell‟economia sociale che affonda le sue radici nella secolare tradizione dell‟economia civile italiana, propone di vivere l‟esperienza della solidarietà all‟interno di una normale vita economica.
Da tutto questo mondo dell‟economia della gratuità emerge dunque l‟immagine di un‟economia a più dimensioni, dove l‟efficienza ha il suo posto, ma essa è solo una
8 CiV n. 39.
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dimensione che le imprese sociali vivono. Accanto all‟efficienza, esse immettono dentro l‟attività economica altre dimensioni, anch‟esse coessenziali, quali il dare, la solidarietà, la reciprocità, la bellezza, la gratuità, e, perché no, la spiritualità e la comunione. “La città dell’uomo non è promossa solo da rapporti di diritti e di doveri, ma ancor più e ancor prima da relazioni di gratuità, di misericordia e di comunione”.9
La proposta che mi sembra emerga dall‟economia sociale è che questi principi, “altri” rispetto al profitto ed allo scambio strumentale, trovino posto proprio dentro l‟attività economica, dentro il mercato, andando così oltre quella visione che vede il momento economico retto unicamente dal principio dello scambio strumentale, e considera il dono e la reciprocità appannaggio di altri momenti o sfere della vita civile.
Anche il “villaggio globale”, come tutti i villaggi, ha bisogno di più principi autonomi per svilupparsi: non solo il contratto ma anche la gratuità, il dono.
L‟economia di mercato, se vuole funzionare e avere un futuro sostenibile e umano, deve far affidamento e lasciare che si sviluppino all‟interno della stessa arena economica comportamenti retti da questi altri principi. In molte società la fornitura di questi comportamenti era affidata alla famiglia, alla chiesa, al partito, o a certe forme di intervento pubblico. Oggi, in seguito al grande cambiamento sociale e culturale che molte società, soprattutto quelle occidentali, stanno attraversando, è anche l‟esistenza delle imprese sociali, nella misura in cui riescono a restare organizzazioni a movente ideale, che ricorda e testimonia il valore del dono, della reciprocità nel funzionamento del mercato. Nel corso della storia abbiamo conosciuto villaggi senza mercati, ma non sono sopravvissuti villaggi senza forme di dono.
Il processo di globalizzazione, tutto centrato attorno al principio del contratto, ha un tremendo bisogno di potenziare il principio della gratuità, che, purtroppo, è sempre più scacciato dall‟estendersi dei mercati. Occorre da una parte proteggere e potenziare la gratuità vera, volontariato, famiglia, movimenti ecclesiali che sono tutte esperienze rette sul principio di gratuità; dall‟altra però occorre “spuntare il pungiglione” del mercato, trasformandolo dal di dentro, immettendovi gratuità. Il movimento dell‟economia sociale non può non lavorare su entrambi i fronti, se vuole essere davvero una forza civilizzante.
L‟emergere dell‟economia sociale dice quindi che anche dentro i meccanismi di mercato c‟è bisogno di qualcosa di diverso rispetto al semplice e semplicistico self-interest.
Neanche il mercato può funzionare col solo interesse personale: se nel calcolare
9 CiV n. 6.
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l‟efficienza delle istituzioni economiche facciamo troppo affidamento sul tornaconto economico è difficile che saremo in grado di costruire buone ed efficienti imprese, buone ed efficienti società: “lo sviluppo economico, sociale e politico ha bisogno, se vuole essere autenticamente umano, di fare spazio al principio di gratuità come espressione di fraternità”.10
4.3 – IL MERCATO NELLA CARITAS IN VERITATE
Benedetto XVI considera il mercato come l’istituzione economica che permette all’uomo di incontrare gli altri uomini, in quanto tutti operatori economici: sia chi produce, sia chi vende, sia chi acquista. Alla base c’è l’accordo tra le parti, ovvero un contratto che regola i comportamenti a garanzia di tutti. Per questo è soggetto alla giustizia commutativa, regolante il dare e l’avere. A fianco, però, la Dottrina sociale della Chiesa pone anche la giustizia distributiva e la giustizia sociale. Senza queste varie tipologie di giustizia il mercato da solo non è in grado di assicurare a tutti la possibilità di esprimere sé stessi.
Il mercato, se c’è fiducia reciproca e generalizzata, è l’istituzione economica che permette l’incontro tra le persone, in quanto operatori economici che utilizzano il contratto come regola dei loro rapporti e che scambiano beni e servizi tra loro fungibili, per soddisfare i loro bisogni e desideri. Il mercato è soggetto ai principi della cosiddetta giustizia commutativa, che regola appunto i rapporti del dare e del ricevere tra soggetti paritetici. Ma la dottrina sociale della Chiesa non ha mai smesso di porre in evidenza l’importanza della giustizia distributiva e della giustizia sociale per la stessa economia di mercato, non solo perché inserita nelle maglie di un contesto sociale e politico più vasto, ma anche per la trama delle relazioni in cui si realizza. Infatti il mercato, lasciato al solo principio dell’equivalenza di valore dei beni scambiati, non riesce a produrre quella coesione sociale di cui pure ha bisogno per ben funzionare11.
Il mercato, allora, ha bisogno di avere fiducia e dare fiducia: una reciprocità fondamentale senza la quale tutto crolla, e non si esplica fino in fondo il proprio obiettivo, quello di mettere in contatto la domanda con l’offerta. Infatti, senza fiducia reciproca l’offerta teme di non vedere la remunerazione e la domanda non chiama l’offerta. Oggi il Papa individua in questa mancanza di fiducia una causa storica del dissesto economico mondiale.
Senza forme interne di solidarietà e di fiducia reciproca, il mercato non può pienamente
10 CiV n. 34.
11 CiV n. 35.
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espletare la propria funzione economica. Ed oggi è questa fiducia che è venuta a mancare, e la perdita della fiducia è una perdita grave12.
La fiducia tra operatori che agiscono nel mercato è, perciò, la base fondamentale sulla quale costruire la giustizia commutativa, distributiva e sociale. Il mercato va dunque attentamente coltivato e non lasciato crescere da solo, è come una pianta che va curata per far sì che dia i frutti sperati. Quindi solo una sovrastruttura istituzionale efficiente e efficace riesce a creare le condizioni per la crescita del mercato in maniera equilibrata 13.
La politica deve intervenire per ricreare le sovrastrutture necessarie alla struttura mercantile, proteggerla da se stessa e da forze che tendono a limitarne gli effetti benefici.
L’attività economica non può risolvere tutti i problemi sociali mediante la semplice estensione della logica mercantile. Questa va finalizzata al perseguimento del bene comune, di cui deve farsi carico anche e soprattutto la comunità politica. Pertanto, va tenuto presente che è causa di gravi scompensi separare l’agire economico, a cui spetterebbe solo produrre ricchezza, da quello politico, a cui spetterebbe di perseguire la giustizia mediante la ridistribuzione14.
In questo modo il mercato non è il luogo della sopraffazione ma quello dell’incontro personale tra uomini che realizzano i propri prodotti e li scambiano in regime di assoluta sicurezza e fiducia.
Oltre all’aspetto istituzionale, la Dottrina Sociale della Chiesa ritiene che i rapporti economici tra persone siano possibili solo all’interno di specifici rapporti etici, e che la sfera economica si strutturi e istituzionalizzi eticamente.
La dottrina sociale della Chiesa ritiene che possano essere vissuti rapporti autenticamente umani, di amicizia e di socialità, di solidarietà e di reciprocità, anche all’interno dell’attività economica e non soltanto fuori di essa o « dopo » di essa. La sfera economica non è né eticamente neutrale né di sua natura disumana e antisociale. Essa appartiene all’attività dell’uomo e, proprio perché umana, deve essere strutturata e istituzionalizzata eticamente15
Ecco la grande sfida della Chiesa: mostrare che oltre ai solidi principi etici della trasparenza, dell’onestà e della responsabilità occorre sommare, nei rapporti commerciali, il principio di gratuità e la logica del dono come espressione della fraternità.
La grande sfida che abbiamo davanti a noi, fatta emergere dalle problematiche dello sviluppo in questo tempo di globalizzazione e resa ancor più esigente dalla crisi economico-finanziaria, è di mostrare, a livello sia di pensiero sia di comportamenti, che
12 Ibidem.
13 Cfr R. PEZZIMENTI, Struttura e Sovrastruttura, Città Nuova Editrice, 2006.
14 CiV n. 36.
15 Ibidem.
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non solo i tradizionali principi dell’etica sociale, quali la trasparenza, l’onestà e la responsabilità non possono venire trascurati o attenuati, ma anche che nei rapporti mercantili il principio di gratuità e la logica del dono come espressione della fraternità possono e devono trovare posto entro la normale attività economica. Ciò è un’esigenza dell’uomo nel momento attuale, ma anche un’esigenza della stessa ragione economica. Si tratta di una esigenza ad un tempo della carità e della verità16.
4.4 – L’IMPRENDITORE STABILE NELLA CARITAS IN VERITATE E IL FENOMENO DELLA DELOCALIZZAZIONE
La Lettera enciclica di Benedetto XVI avverte dei rischi che l’impresa correrebbe se rispondesse solo ed esclusivamente ai soli investitori di capitale. Oggi che i capitali sono praticamente senza frontiere, poi si rischia di snaturare il rapporto tra i vari stakeholders, tra coloro che vivono l’impresa e il territorio e coloro che invece sono solo per il capitale e il suo fruttifero investimento. La Dottrina Sociale della Chiesa impone una considerazione sempre più ampia della “responsabilità sociale di impresa”.
Uno dei rischi maggiori è senz’altro che l’impresa risponda quasi esclusivamente a chi in essa investe e finisca così per ridurre la sua valenza sociale. Sempre meno le imprese, grazie alla crescita di dimensione ed al bisogno di sempre maggiori capitali, fanno capo a un imprenditore stabile che si senta responsabile a lungo termine, e non solo a breve, della vita e dei risultati della sua impresa, e sempre meno dipendono da un unico territorio. Inoltre la cosiddetta delocalizzazione dell’attività produttiva può attenuare nell’imprenditore il senso di responsabilità nei confronti di portatori di interessi, quali i lavoratori, i fornitori, i consumatori, l’ambiente naturale e la più ampia società circostante, a vantaggio degli azionisti, che non sono legati a uno spazio specifico e godono quindi di una straordinaria mobilità[…]E’ però anche vero che si sta dilatando la consapevolezza circa la necessità di una più ampia “responsabilità sociale” dell’impresa.17
Una ulteriore forma di cooperazione è quella scaturita, negli ultimi decenni dall’internazionalizzazione dell’economia. Questa nuova responsabilità dell’impresa va incanalata nella giusta direzione, in modo da poter sviluppare in tutte le popolazioni il loro spirito imprenditoriale. A proposito della trasformazione della responsabilità, fu profetico Don Luigi Sturzo il quale già negli anni „50 scriveva:
Alcuni hanno timore della potenza enorme che ha acquistato e acquista sempre più il capitalismo internazionale che, superando i confini statali e limiti geografici viene quasi a costituire uno Stato nello Stato. Tale timore è simile a quello per le acque di un fiume ; davanti al pericolo di uno straripamento, gli uomini si sforzano di garantire città e campagne con canali, dighe e altre opere di difesa: nel medesimo tempo lo utilizzano per la navigazione , l’irrigazione , la forza motrice e così via. Il grande fiume è una grande ricchezza e può essere un grave danno: dipende dagli uomini. In gran parte, evitare questo danno. Quello che non dipende dagli uomini è che questo fiume non esista. Così è del
16 Ibidem.
17 CiV n. 44.
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grande fiume dell’economia internazionale. La sua importanza moderna risale alla grande industria del secolo scorso: il suo sviluppo, attraverso invenzioni scientifiche di assai grande portata nel campo della fisica, della chimica, diverrà ancora più importante, anzi gigantesco, con la razionale utilizzazione delle grandi forze della natura. Nessuno può ragionevolmente opporsi a simile prospettiva : ciascuno deve concorrere a indirizzare il grande fiume verso il vantaggio comune. Contro l’allargamento delle frontiere economiche dei singoli stati ai continenti , insorgono i piccoli e grandi interessi nazionali, ma il movimento è inarrivabile; l’estensione dei confini economici precederà quella dei confini politici. Chi non sente ciò è fuori della realtà.18
La tanto famigerata globalizzazione è un fenomeno tutt’altro che nuovo. Tuttavia, non possiamo negare che essa abbia assunto di recente caratteristiche del tutto particolari. È stimato che sui mercati valutari mondiali vengano scambiati quotidianamente svariati miliardi di dollari, ma la globalizzazione non si esaurisce in un flusso planetario di moneta e di merci: consiste soprattutto nella crescente interdipendenza della popolazione mondiale. Essa appare sempre più come un fenomeno che integra la dimensione economica con quella politica ed entrambe con quella culturale. Inoltre la dislocazione della produzione e l’ampliamento dei mercati comporta una ulteriore forma di integrazione relativa ai sistemi di proprietà legali. Tale integrazione ha contribuito alla distruzione delle forme tradizionali di sistemi legali chiusi, favorendo nel contempo la formazione di una rete più vasta, all’interno della quale è cresciuto sensibilmente il potenziale per creare valore. Alcuni lo paragonano a un sistema in rete tipo i network informatici, e tali sistemi, secondo la “legge di Metcalfe”, sono tanto più utili quanto più numerosi sono gli utenti che ne fanno parte:
…il valore di una rete – definito in termini di utilità per una popolazione – è all’incirca proporzionale al quadrato del numero degli utenti. Ne è un esempio la rete telefonica. Un telefono è inutile : chi si potrebbe chiamare? Una rete di due telefoni è meglio, ma non di molto. E’ solo quando la maggior parte della popolazione ha un telefono che la rete raggiunge il suo pieno potenziale di cambiamento della società.”19
Al pari dei telefoni e dei computer, anche le realtà imprenditoriali, fondate sui sistemi formali di proprietà, aumentano il loro potenziale creativo allorché sono inserite in una rete che le interconnetta. L’abilità di dar vita a una comunità transnazionale e, di conseguenza, transculturale o anche trans-religiosa, favorendo implicitamente lo sviluppo pacifico di relazioni politiche ed economiche tra paesi poveri e paesi ricchi, è la terza forma di cooperazione che l’economia d’impresa è in grado di costruire: “Se su un confine
18 L. STURZO, La comunità internazionale e il diritto di guerra, Zanichelli, Bologna 1928, pp. 242-243.
19 H. DE SOTO, Il mistero del capitale. Perché il capitalismo ha trionfato in occidente e ha fallito nel resto del mondo, Garzanti, Milano 2002, p 55.
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non passano le merci, attraverso di esso allora passeranno i cannoni” affermava il grande economista francese Bastiat.
Ciò che maggiormente conta è la possibilità che alle popolazioni venga offerta una soluzione che valorizzi le loro potenzialità .
Oggi le forze materiali utilizzabili per far uscire quei popoli dalla miseria sono potenzialmente maggiori di un tempo, ma di esse hanno finito per avvalersi prevalentemente gli stessi popoli dei Paesi sviluppati, che hanno potuto sfruttare meglio il processo di liberalizzazione dei movimenti di capitali e del lavoro. La diffusione delle sfere di benessere a livello mondiale non va, dunque, frenata con progetti egoistici, protezionistici o dettati da interessi particolari. Infatti il coinvolgimento dei Paesi emergenti o in via di sviluppo, permette oggi di meglio gestire la crisi. La transizione insita nel processo di globalizzazione presenta grandi difficoltà e pericoli, che potranno essere superati solo se si saprà prendere coscienza di quell’anima antropologica ed etica, che dal profondo sospinge la globalizzazione stessa verso traguardi di umanizzazione solidale20.
4.5 – IL PROFITTO DI BREVE E IL PROFITTO DI LUNGO
La Caritas in Veritate assegna un’importanza fondamentale all’imprenditore che produce ricchezza nel lungo periodo, rispetto ai giri di capitale solo speculativo del “mordi e fuggi” della finanza internazionale. Auspica persone illuminate che si mettano in gioco per realizzare progetti creativi e produttivi, in grado di portare frutti a tutti gli stakeholders nel lungo periodo, realizzando una rete di collaborazione, così da formare un tessuto sociale stabile, duraturo e giusto.
Bisogna evitare che il motivo per l’impiego delle risorse finanziarie sia speculativo e ceda alla tentazione di ricercare solo profitto di breve termine, e non anche la sostenibilità dell’impresa a lungo termine, il suo puntuale servizio all’economia reale e l’attenzione alla promozione, in modo adeguato ed opportuno, di iniziative economiche anche nei Paesi bisognosi di sviluppo21.
Si potrebbe riassumere tutto l’aspetto economico nella singola affermazione: “investire ha sempre un significato morale”. Ecco il motto che dovrebbe essere ben presente a tutti gli imprenditori che si definiscono cristiani.
Scopo dell’impresa, infatti, non è semplicemente la produzione del profitto, bensì l’esistenza stessa dell’impresa come comunità di uomini che, in diverso modo, perseguono il soddisfacimento dei loro fondamentali bisogni e costituiscono un particolare gruppo al servizio dell’intera società. Il profitto è un regolatore della vita dell’azienda, ma non è
20 CiV n. 42.
21 CiV n. 40.
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l’unico; ad esso va aggiunta la considerazione di altri fattori umani e morali che, a lungo periodo, sono almeno egualmente essenziali per la vita dell’impresa.22
La nozione di profitto che si ricava dalla Lettera enciclica Centesimus Annus può essere intesa come un parametro indispensabile per la misurazione della soddisfazione del cliente, nell’ambito di quel variegato contesto nel quale si confrontano e articolano i valori, le fedi e le culture di tutti coloro che concorrono al buon esito del processo produttivo, coordinati da chi si assume il ragionevole rischio imprenditoriale di investire il proprio denaro, il proprio tempo e la propria reputazione per porre in essere un’organizzazione del lavoro produttivo.
La Chiesa riconosce la giusta funzione del profitto, come indicatore del buon andamento dell’azienda: quando un’azienda produce profitto, ciò significa che i fattori produttivi sono stati adeguatamente impiegati ed i corrispettivi bisogni umani debitamente soddisfatti. Tuttavia, il profitto non è l’unico indice delle condizioni dell’azienda. […] Il profitto è un regolatore della vita dell’azienda, ma non è l’unico; ad esso va aggiunta la considerazione di altri fattori umani e morali che, a lungo periodo, sono almeno egualmente essenziali per la vita dell’impresa.23
In definitiva, e qui risiede la sua peculiare funzione sociale, grazie al profitto assistiamo all’ingresso nel mercato di nuovi imprenditori dai quali ci si attende che rispondano alla domanda e competano regolarmente. Tale processo dà vita a un continuo flusso di entrata e di uscita nei vari mercati, che fa sì che alti profitti siano sempre una condizione temporanea. Una tale prospettiva del valore sociale dell’impresa e del profitto equivale ad un approccio non massimizzante, il che, però, non significa che si ipotizzino imprese in perdita, in cui si prendono decisioni orientate a obiettivi non di profitto. Vale il detto americano “se è vero che non è sufficiente che l’impresa faccia bene, ma deve fare il bene, è vero anche che per poter fare il bene deve aver fatto bene”24.
I sostenitori di tale approccio, pur riconoscendo la funzione socio-economica del profitto che scaturisce dal libero sistema dei prezzi, ritengono doveroso denunciare non solo i limiti, ma anche l’incoerenza di una nozione d’impresa come entità totalmente massimizzante, rivolta solo ed esclusivamente alla massima performance del profitto.
Si possono individuare alcune condizioni necessarie al profitto perché esso sia configurato correttamente all’interno della funzione imprenditoriale:
– non esiste fine, per quanto giusto esso sia, che l’impresa possa permettersi di
22 CA n. 35, in EE/8 n. 1421.
23 Ibidem.
24 P. DRUCKER, Manuale di management, Sda Bocconi, Milano 2004, p. 376.
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perseguire senza coniugarlo con la redditività, per una divaricazione di obiettivi destinata a sfociare nella negazione del suo ruolo economico e della sua stessa ragion d’essere;
– una redditività dalle basi solide e durature non può prescindere dalla competitività, da un elevato grado di consenso e di coesione sociale attorno all’impresa; di conseguenza , lo scopo del reddito deve a sua volta coniugarsi con le finalità competitive e sociali;
– il reddito da perseguire come fine, che riassume ogni altro obiettivo dell’impresa e che, a sua volta, è finalizzato a promuovere la competitività e il consenso sociale, non può che essere il reddito di lungo periodo, perché solo nel lungo periodo si possono attivare dei circoli virtuosi in cui i risultati economici, competitivi e sociali si collegano sinergica mente gli uni in funzione degli altri;
– il reddito di breve periodo va perseguito, ma senza sacrificare le basi di successo duraturo, anzi, come mezzo necessario per ottenere le risorse finanziarie occorrenti agli investimenti, su cui costruire il futuro a lungo termine dell’impresa.
Il profitto allora non appare come un elemento qualsiasi che si alloca all’interno di una struttura gerarchica-piramidale di fini e obiettivi. Al contrario, esso andrebbe trattato come un elemento essenziale e inserito all’interno di un circolo virtuoso di fini e obiettivi con i quali si deve coniugare sinergicamente. In questa concezione, il profitto si definisce a partire dalla sua capacità di servire i bisogni del cliente e di soddisfare le aspettative degli interlocutori sociali; in tal senso è auspicabile la presenza di imprenditori che perseguano la massimizzazione del profitto. Presupposti teorici sono l’assoluta negazione di qualsiasi concezione di produttività che si mostri inconciliabile con il rispetto della dignità umana e, nel contempo, il rifiuto di qualsiasi concezione di fini sociali che possa tradursi in negazione del ruolo economico dell’impresa. E’ essenziale che “dimensione economica e dimensione sociale dell’impresa vengano a compenetrarsi” 25.
4.6 – L’IMPRENDITORIALITÀ DAL LATO UMANO
L’imprenditorialità raggiunge in questa enciclica la sua massima espressione. Assume un significato plurivalente, con motivazioni meta-economiche, in primis con il richiamo alla Populorum Progressio ricordata al capitolo primo come “actus personae”, in modo che ognuno sappia di lavorare in proprio.
25 F. FELICE, L’economia d’impresa, Rubbettino, Soveria Mannelli 2005, p. 44.
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L’imprenditorialità, prima di avere un significato professionale, ne ha uno umano. Essa è inscritta in ogni lavoro, visto come «actus personae» per cui è bene che a ogni lavoratore sia offerta la possibilità di dare il proprio apporto in modo che egli stesso «sappia di lavorare “in proprio”». Non a caso insegnava che «ogni lavoratore è un creatore»26.
Lo scopo fondamentale di considerare l’imprenditorialità a carattere plurivalente esteso alla umanità è rappresentato dalla necessità di persone che pensino al bene comune per il futuro e l’importanza sociale che rivestono, non solo per il singolo paese ma per l’intera popolazione mondiale.
Al fine di realizzare un’economia che nel prossimo futuro sappia porsi al servizio del bene comune nazionale e mondiale, è opportuno tenere conto di questo significato esteso di imprenditorialità. Questa concezione più ampia favorisce lo scambio e la formazione reciproca tra le diverse tipologie di imprenditorialità, con travaso di competenze dal mondo non profit a quello profit e viceversa, da quello pubblico a quello proprio della società civile, da quello delle economie avanzate a quello dei Paesi in via di sviluppo27.
4.7 – CONCLUSIONE
Il capitolo terzo della Caritas in Veritate possiamo dunque considerarlo come il fiore sbocciato sulla base delle precedenti encicliche. Coglie esattamente l’essenza del principale problema odierno, che è quello di scollegare il “business” dal comportamento etico. Oggi si pensa che gli affari possano essere semplicemente lasciati a loro stessi per far sì che l’economia risulti in continuo progresso.
Tuttavia si dimentica di considerare cosa si cela dietro le imprese e gli imprenditori che hanno realizzato il capitalismo contemporaneo. La base è sicuramente etica, dalla stretta di mano in poi per realizzare lo scambio, fino alla codificazione che rendeva sicuri i commerci.
Al contempo, la responsabilità rende l’imprenditore capace di rispettare la dignità degli uomini che lavorano per lui e l’ambiente che lo circonda. Una responsabilità che coinvolge tutti gli stakeholders di oggi e di domani.
A questi valori etici, però, l’enciclica sottolinea la necessità di affiancare il principio della gratuità che rende i rapporti umani ancor più umani. Concetto che va al di là di
26 CiV n. 41.
27 Ibidem.
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analisi economiche, ma che tuttavia è un principio che entra a pieno titolo nel bagaglio dell’imprenditore.
L’imprenditorialità ha una valenza umana proprio sulla base della gratuità, in quanto occorrono tanto coraggio e tanta forza d’animo per affrontare le sfide delle incognite future. Questo coraggio può essere infuso solo dalla comprensione di quanto sia importante la funzione sociale della imprenditorialità.
Un imprenditore che perde la sua umanità si trasforma in uno sfruttatore e al contempo non realizza in maniera completa la sua principale finalità che è sì quella del profitto, ma al contempo pure quella di realizzare il bene comune per il futuro di tutte le persone che lo circondano.
Le fondamenta etiche della economia rimangono importanti in ogni atto umano, ma particolarmente nei confronti di coloro che hanno la capacità e la creatività di fare una offerta di prodotto che crea la sua domanda.
La Dottrina Sociale della Chiesa giunge così a determinare i vincoli della imprenditorialità e le sue potenzialità. Vincoli morali, sociali e religiosi che sospingono l’imprenditore verso il raggiungimento dei successi aziendali.
CONCLUSIONI
Il presente lavoro ha tentato di mostrare i fondamenti della Dottrina sociale della Chiesa che interessano un figura centrale dell’economia denominata capitalistica. In particolare ci siamo occupati della imprenditorialità, in quanto caratteristica fondamentale per il lavoro e per l’economia di mercato, caratterizzata dalla libera intrapresa.
La libertà umana si esprime attraverso la creatività che ogni uomo riceve come dono. La creatività può emergere al meglio solo in una economia in cui la persona viene posta al centro di tutti gli interessi. Solo in questo modo la persona ottiene fiducia tramite il suo operare e si mette in relazione con l’altro tramite lo scambio dei beni o dei servizi. Fiducia e relazione sono i capisaldi dell’economia di mercato, la loro presenza garantisce il corretto funzionamento della stessa e fa sì che tutti concorrano al bene comune, sia attuale che futuro.
Se invece viene a mancare anche uno solo dei capisaldi, emergono due derive: o l’assenza di libertà attraverso l’assistenzialismo, causato dalla poca fiducia nella libera imprenditorialità dell’uomo, che lo spinge a non essere libero di esprimere la propria creatività imprenditoriale; o l’egoismo esasperato, causato dalla sopraffazione relazionale di chi è dotato più degli altri, che aumenta il divario tra chi ha molto e chi ha poco e, di conseguenza, il conflitto sociale. In entrambi i casi, la società vive un profondo disagio, che in economia si identifica con i sistemi totalitaristi.
Da oltre un secolo la DSC mette in guardia da questi due pericoli, e offre spunti di riflessione nel ribadire come un aumento della gratuità e della sussidiarietà, che sviluppino il senso della fraternità, inserite all’interno del processo economico, rendano l’economia più umana, e possano essere fonte di progresso per tutti in tutto il mondo.
L’imprenditore è una persona di buona volontà con precise caratteristiche e valori, che lo rendono in grado di affrontare rischi enormi, a volte contro tutti e contro tutto. Una persona con una visione del futuro, capace di generare un benessere diffuso per la comunità di persone che lo circondano.
La mancanza dei valori o la loro perdita nel corso dell’impresa, spingono l’imprenditore verso una deriva che porta a risultati disastrosi per l’intera comunità di persone, sia presenti che future.
La Dottrina Sociale della Chiesa nel corso del tempo ci spinge a riflettere sull’imprenditore e giunge alla fine a porre delle condizioni che lo aiutino a rimanere nel
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solco del bene comune, a sopportare la fatica e il coraggio nel suo difficilissimo compito, e semmai a stimolare la nascita di imprenditori che, con coraggio, si mettano in gioco per il bene collettivo.
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INDICE
ABBREVIAZIONI E SIGLE …………………………………………………………………………………….. 1
INTRODUZIONE …………………………………………………………………………………………………….. 2
CAPITOLO PRIMO
L’UOMO COME E SOGGETTO DEL LAVORO E LA SUA DIGNITÀ
NELLA ENCICLICA LABOREM EXCERSENS …………………………………………………………. 5
1.1 – INTRODUZIONE: DALLA TRADIZIONE DELLA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA ……………. 5
1.2 – IL SOGGETTO DEL LAVORO È L‟UOMO E LA SUA RADICE È LA CULTURA ………………………….. 7
1.3 – LA DIGNITÀ DELL‟UOMO NEL LAVORO SOGGETTIVO …………………………………………………… 8
1.4 – LA SPIRITUALITÀ DEL LAVORO ………………………………………………………………………………. 10
1.5 – DALLA DIMENSIONE PERSONALE, ALLA FAMIGLIA E ALLA NAZIONE …………………………….. 11
1.6 – CONCLUSIONE ……………………………………………………………………………………………………. 13
CAPITOLO SECONDO
“IUS INCEPTA OECONOMICA” NELLA SOLLECITUDO REI SOCIALIS …………………. 15
2.1 – INTRODUZIONE …………………………………………………………………………………………………… 15
2.2 – “IUS INCEPTA OECONOMICA” ………………………………………………………………………………….. 16
2.3 – I PERICOLI CHE LIMITANO IL DIRITTO ALLA INIZIATIVA IMPRENDITORIALE ……………………. 18
2.4 – LE STRUTTURE DI PECCATO E IL FRUTTO DELLA SOLIDARIETÀ ……………………………………. 20
2.5 – CONCLUSIONE ……………………………………………………………………………………………………. 22
CAPITOLO TERZO
LA SOGGETTIVITÀ CREATIVA E L’IMPRENDITORIALITÀ
NELLA CENTESIMUS ANNUS ………………………………………………………………………………. 23
3.1 – INTRODUZIONE …………………………………………………………………………………………………… 23
3.2 – L‟ECONOMIA DI MERCATO …………………………………………………………………………………… 23
3.3 – LA PROPRIETÀ PRIVATA AL SERVIZIO DEL BENE COMUNE E LA PROPRIETÀ
DELLE CONOSCENZE DELLA TECNICA E DEL SAPERE …………………………………………………………. 26
3.4 – LA CAPACITÀ IMPRENDITORIALE: FONTE DI RICCHEZZA NELL‟ODIERNA SOCIETÀ ………….. 28
3.5 – IL LAVORO LIBERO DELL’IMPRESA E DELLA PARTECIPAZIONE …………………………… 30
3.6 – IL CAPITALE SOCIALE ………………………………………………………………………………… 31
62
3.7 – IL SENSO DI RESPONSABILITÀ …………………………………………………………………….. 34
3.8 – L‟IMPRESA COME COMUNITÀ DI UOMINI ………………………………………………………. 35
3.9 – CONCLUSIONE …………………………………………………………………………………………. 36
CAPITOLO QUARTO
LA CARITAS IN VERITATE …………………………………………………………………………………….. 37
4.1 – INTRODUZIONE …………………………………………………………………………………………………… 37
4.2 – IL PRINCIPIO DI GRATUITÀ ……………………………………………………………………………………. 40
4.3 – IL MERCATO NELLA CARITAS IN VERITATE ………………………………………………………………… 46
4.4 – L‟IMPRENDITORE STABILE NELLA CARITAS IN VERITATE
E IL FENOMENO DELLA DELOCALIZZAZIONE ……………………………………………………………………. 48
4.5 – IL PROFITTO DI BREVE E IL PROFITTO DI LUNGO ……………………………………………………….. 50
4.6 – L‟IMPRENDITORIALITÀ DAL LATO UMANO ………………………………………………………………. 53
4.7 – CONCLUSIONE ……………………………………………………………………………………………………. 53
CONCLUSIONI ……………………………………………………………………………………………………… 55
BIBLIOGRAFIA (FONTI E TESTI) …………………………………………………………………………….. 57

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