Video presentazione E-Book: I Principi di Business Design

 

Il mio video DI PRESENTAZIONE e LANCIO dell’ E-BOOK

I Principi di ITALIAN Business Design  come Creare il tuo Mercato Leggi qui.

Io e Federico C. Gasparini abbiamo fondato ITALIAN BUSINESS DESIGN

Questo lavoro intende far conoscere quali sono i principi guida ai quali ci ispiriamo per aiutare le persone di talento e di buona volontà ad aprire, ampliare e consolidare il proprio mercato.

Ecco alcuni post utili che sono stati ispiratori del Libro.

Potete trovare  il nostro E-book in vendita presso  (CLICCATE sopra il LINK) :

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Intervista a Paolo Orlandi e il suo Marketing Pandemico di Federico Chigbuh Gasparini

 

 

Salve, Oggi ho ricevuto l’onore di vedere pubblicata una mia  intervista richiestami  da Federico Chigbuh Gasparini .

Entrmabi condividiamo la passione del Marketing, quello da Business però non da Miracoli favolistici.

Il Blog di Federico con la sua Blog Policy è assai interessante e ci siamo trovati assai su molti temi che ci appassionano. 

Ecco il link della Intervista che riporto anche sotto .

Intervista a Paolo Orlandi e il suo Marketing Pandemico

 

Paolo Orlandi: Marketing Pandemico
AGOSTO 12, 2015 / FEDERICO CHIGBUH GASPARINI
Oggi, mio caro lettore, con questa intervista ti presento Paolo Orlandi, che attraverso il suo blog Marketing Pandemico cerca di innovare in Italia la cultura del marketing.

Buona lettura!

Quanti anni hai e dove vivi?

Ho 48 anni e vivo a Fermo, nelle Marche.

Qual è stato il tuo percorso di studi?

Nel 1986 ho conseguito la maturità scientifica a Fermo presso il Liceo Scientifico T. C. Onesti.

Dopodiché mi sono laureato presso l’Università Cà Foscari di Venezia nel 1994 in Economia Aziendale.

Successivamente, dopo oltre un decennio, ho conseguito il Master in Fashion Marketing e Merchandising presso il Polimoda di Firenze, corso semestrale.

Poi nel 2005 mi sono iscritto presso Ist. Teologico Marchigiano e ho conseguito nel 2010 la baccalaurea e nel 2012 la licenza in Teologia Pastorale presso la Pontificia Univ. Lateranense, che è equivalente alla laurea in Teologia.

Quali esperienze lavorative hanno maggiormente contribuito a formarti?

Dal 1992 al 2005 sono stato dirigente dell’azienda Calzaturificio Mandolesi.

Esportavamo quasi il 90% della nostra produzione di scarpe donna con un pricing di fascia media.

Dopo l’avvento dell’euro abbiamo deciso di chiudere poiché non eravamo più competitivi con i prezzi e non avevamo le skill per produrre all’estero.

Dal 2005 al 2007 sono stato disoccupato. In quel periodo ho affrontato oltre 20 colloqui di lavoro (ricordo 5 incontri alla Chicco a Como senza esito, un incubo).

Qual è la tua professione attuale?

Da gennaio 2008 ho iniziato, improvvisamente, due lavori. Prima mi assume la Modiano come Responsabile Marketing per i circoli di carte (burraco, texas hold’em ecc. ) e poi assumo la cattedra come supplente presso un liceo scientifico di Fermo fino al 2010.

Dal 2014 collaboro parzialmente con la Modiano e mi dedico a consulenze varie per le start-up.

Tu sei un docente. Che cosa insegni e dove?

Insegno religione cattolica. Dal 2010 ho l’incarico presso I.I.S. V. Bonifazi di Civitanova Marche.

Inoltre, dal 2012 insegno Marketing Pandemico presso la L.A.B.A. di Rimini e il Poliarte di Ancona.

In qualità di docente cosa cerchi di trasmettere ai tuoi allievi?

Cerco di far crescere la fiducia in loro stessi. Più che trasmettere cose cerco di seminare qualcosa che cresca nel futuro. Sono pieni di mille nozioni ma hanno le gambe fragili su cui poggiare. Io tento di irrobustirle.

Qual è stata la tua soddisfazione maggiore come insegnante?

La loro vicinanza sempre. Il fatto che ti rispettino e ti considerino importante per il loro essere persona.

Spesso, incontro ragazzi per strada, ovviamente non li ricordo tutti (ho quasi mille allievi all’anno in totale) e sono loro a salutarmi, a parlarmi, a raccontarmi e, a volte, mi ricordano frasi che ho detto loro e di cui io non ho ricordo.

Come nasce la tua passione per il marketing?

Ho imparato a vendere piano piano. Poi dall’eccitazione che mi provocava ho capito che mi piaceva da matti e che per vendere occorre grande preparazione.

Il marketing, appunto, sono tutte quelle fasi che servono affinché la vendita sia superflua: il più è a monte.

Per questo ho voluto fortemente il master dopo 10 anni in cui vendevo calzature.

Esperienza dura, in quanto lavoravo, ma proficua.

Il marketing è una disciplina assai complessa. Non è pubblicità come spesso dicono i faciloni italiani oppure coloro che indicano un prodotto scadente come: “Questo prodotto è da marketing”.

No, esso è un processo molto, ma molto difficile, sempre nuovo, in grado di aprire un mercato, ma anche no.

Inoltre, come dico spesso la storia del marketing serve a poco o niente. La ricerca iniziale, invece, è tutto.

Come nasce il tuo blog e qual è il suo fine?

Il mio blog Marketing Pandemico nasce alle fine del 2013 dopo un corso di web marketing.

Lì mi hanno dato l’input per iniziare e sono partito.

Pubblicavo poco e, spesse volte, solo come pro-memoria per le mie lezioni. Ad un certo punto iniziai ad avere i primi riscontri.

Però, molti mi dicevano che scrivevo in un linguaggio troppo difficile, per addetti ai lavori.

Allora, cominciai a semplificare i concetti e cercai di indirizzare i post a due tipi di pubblico: i miei studenti e le persone che intendono creare il proprio mercato con la propria impresa.

Negli ultimi tempi tento sempre di non essere troppo complicato e di parlare ai potenziali neoimprenditori.

Ti assicuro che è difficilissimo. Infatti, temo di avere tra i miei lettori molti consulenti e pochissimi imprenditori, ahimè!

Come promuovi il tuo blog?

In genere tramite LinkedIn, Facebook, Twitter e Google+. Direi in maniera costante, ma posso dedicare solo scampoli di tempo durante l’anno, un po’ di più da luglio ad agosto.

Che ruolo assume il tuo blog nella tua strategia di comunicazione?

Centrale, direi.

Tutte le mie idee di marketing e di organizzazione del lavoro passano da qui.

Allego sempre il blog ai cv e quando intervengo su varie discussioni, se ho temi interessanti.

Quali social network usi per promuovere il tuo “Personal Brand”?

Direi, in primis, Facebook e LinkedIn.

Qual è il tuo metodo di lavoro?

Tanto studio, tanta ricerca, poi riflessione ed, infine, scrivere.

Scrivendo mi vengono le idee, da sole come richiamate dallo schermo.

Ipotiziamo che tu debba gestire un cliente difficile. Come ti comporti?

Tutti i clienti sono difficili. In genere non ascoltano i consulenti.

Ricordo che dei miei report alla Modiano, circa 200, nessuno dico nessuno è stato messo in pratica, temo nemmeno letti.

Il cliente difficile è quello poi che pretende che di punto in bianco si possa ottenere moltissimo successo. Partendo da zero e con zero investimenti.

La cultura del marketing in Italia è, praticamente, nulla.

Pertanto, e scusa se mi ripeto, tutti i clienti sono difficili e ci vuole molta pazienza per fargli capire le cose da fare, nel giusto ordine, per cercare di ottenere i primi successi, e piano piano aumentare il lavoro.

In genere i clienti difficili che non si “convertono”, mi abbandonano subito.

Come stabilisci il prezzo di una tua consulenza?

Io preferisco un rapporto di crescita continuativa.

Stabilisco un minimo fisso mensile più una parte variabile sulla base dei risultati.

Vedo che questo piace molto, perché non abbandono il cliente al solo report di azione, ma lo seguo passo passo in modo costante nel tempo.

Spesso, offro un report iniziale gratuito come analisi di base di partenza, in omaggio, prima di firmare il contratto.

Quali tool non possono mancare nella cassetta degli attrezzi di un buon marketer?

Tanta passione che ti porta a ricercare.

Curiosità e voglia di cambiare il mondo con i tool necessari a realizzare i desideri delle persone.

Cambiano a secondo del tempo e dello spazio.

Insomma, non ci sono ricette fisse, ma se c’è la passione questa ti suggerirà i tool che devi assolutamente avere.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Al momento, sto cercando di crearmi una mia clientela di start-upper. Sto studiando meglio il web marketing e spero di iniziare da settembre una presentazione del mio nuovo blog per aiutare le imprese a nascere e a guadagnare, e perché no fare impresa in prima persona.

Ho qualche progetto ma ancora in stato embrionale. Rimangono due sogni: consulente marketing e imprenditore.

Come vedi il panorama imprenditoriale italiano da qui a 10 anni?

Difficile molto, ma molto difficile. Non ci sono incentivi per essere imprenditore. Tutto concorre a disilludere.

Non parlo solo della burocrazia. Ma tutto l’ambiente vede male l’imprenditore.

Concordo con le parole di Brian Cohen (Chairman di New York Angels, società di business angel che opera sulla Costa Est degli USA, n.d.r) che ho pubblicato pochi giorni fa.

Manca la cultura del fallimento, che è la base per ogni imprenditore di successo.

Qui se fallisci una volta, sei out a vita.

Più che una legge incentivante l’impresa occorrerebbe una legge per sapere cosa mi succede se fallisco.

L’avevo scritto tempo fa. Secondo me, potrebbe essere un nudge efficace per far sì che le persone con una minimo voglia di imprendere facciano impresa, sapendo prima, nel caso peggiore, a cosa andranno incontro.

L’angelo del Business: Brian Cohen. Lezione all’Italia

Mi sono imbattuto in questo interessante articolo: Brian Cohen: angelo delle Start-up di M. Gaggi, che vi invito a leggere. Io qui ne metterò in risalto alcuni punti salienti su cui riflettere come feci tempo fa con una intervista a Guy Kawasaky .

 

Brian Cohen è Chairman di New York Angels,Una costellazione di 120 investitori, i più attivi della East Coast americana,  organizzazione tipica americana che finanzia idee imprenditoriali, le famose start-up. Tanto in voga oggi in Italia sulla bocca di inutili politicanti ed economisti sediaioli. .Riporto i punti salienti della intervista e li commento: 

B.C. :_«Il problema dell’Europa, rimasta indietro nelle tecnologie digitali, non è la mancanza di talenti. È un problema culturale: vi manca la cultura del fallimento. Pochi provano. Troppa paura di sbagliare: da voi chi fallisce è marchiato a vita. Qui, invece, riparte subito: riprova, mette a frutto la lezione appresa con l’insuccesso. Ma, più ancora di questo, a voi manca la cultura del successo: se vinci la tua sfida e guadagni parecchio non vieni celebrato, vieni avvolto dal sospetto: chi sta soffrendo per colpa tua? A chi hai fatto del male mettendoti in tasca tutti quei soldi? Pensi di meritarli? Non dovresti darli a chi ne ha bisogno? Un giovane imprenditore che ha successo deve quasi nasconderlo. È terribile». 

Commento Personale: Come spesso metto in evidenza in questo blog elegia degli errori. Chi apre un mercato, o meglio chi tenta di aprire un mercato deve aspettarsi di più un fallimento che un successo. E’ molto ma molto difficile trovare la chiave giusta per riuscire a farlo. Come una isola del tesoro, non è detto si riesca. CI MANCA LA CULTURA DEL FALLIMENTO. Questo la dice lunga sulla indisponibilità a essere imprenditori in Italia e a rischiare. Inoltre come se non Bastasse, a quei pochi che riescono più che gli elogi prevalgono le invidie e giù contumelie varie. Quante vie o città, o piazze sono state nominate a grandi imprenditori, in confronto a miserrimi e pusillanimi politici, sindacalisti e gentaglia varia?
B.C. «Vengono perché qui c’è un grande mercato delle imprese e gente che sa valutarle: ho appena finito un incontro con un gruppo di start up svizzere. Domani tocca a quelle francesi. La settimana scorsa ho visto quelle spagnole. E seguo con attenzione anche quelle italiane. L’Italia, poi, l’amo per mille altre cose: cultura, luoghi, modo di vivere. Ci vado spesso, appena posso. Vado ovunque, dalle Marche alla Sicilia. Ma non si può essere accecati dall’amore. Il disprezzo per il capitalismo che è diffuso da voi non è soltanto un dato politico. È anche un freno alla crescita. Manca la cultura del rischio, del fare impresa. Un ragazzo che vuole iniziare una sua attività spesso si sente dire dai genitori che è meglio trovare un impiego sicuro in un’azienda o nel settore pubblico».

C.P: Esattamente così, e sempre di più oggi. Mai sentito un ragazzo oggi che mi abbia detto: vorrei lavorare in proprio. Tutti mi chiedono un’azienda  dove poter lavorare. Soffochiamo sul nascere il desiderio di essere padroni della nostra vita. Nel passato non era così, ma vedo oggi i giovani come anestetizzati. Raramente ho sentito un allievo come in questo episodio che raccontai tempo fa. Inoltre visto che viene spesso in Italia, cosa si aspetta a coinvolgerlo. 

«Guardi, per molto tempo ho pensato che questo della scarsa cultura del successo fosse uno stereotipo. Poi, viaggiando, visitando, parlando, mi sono reso conto che non è così. Sono appena tornato dalla Corea, ma prima avevo fatto un giro in Europa. A Bruxelles mi hanno organizzato un incontro con gli ambasciatori dei Paesi della Ue. Mi chiedevano come si fa ad avere successo con le start up. Ma anch’io avevo molto da chiedere loro e ho avuto conferma dei miei sospetti. I governi non c’entrano nulla con le start up: non servono, non vanno coinvolti. Invece in Europa vogliono essere coinvolti. A due livelli. Quello delle regolamentazioni, certo, ma poi c’è quella visione sociale o socialista – l’impresa o il governo che si devono prendere cura di te – che crea un ambiente ostile alla cultura delle start up. Che, però, sono destinate a giocare un ruolo sempre più rilevante in tutte le economie. Chi non lo capisce resta indietro».

Ecco altro punto dolente. Le miriadi di istutizioni locali e nazionali che si intromettono a pensare per creare lavoro. Lo dicono i neo eletti sindaci, i neo eletti presidenti regionali e ogni tipo di carica presidenziale, tipo le varie istituzioni sul territorio. Qui in maniera libera e forte tipica di chi non si tiene i peli sulla lingua parla chiaro. I GOVERNI NON C’ENTRANO NULLA CON LE START-UP: NON SERVONO E NON VANNO COINVOLTI. Ma in una visione socialista della realtà che ci si deve prendere cura in toto della situazione delle persone questo invece è la norma e fa sfracelli, come sempre. Senza far polemica, ma avrà capito il giornalista? dato che scrive su uno dei due maggiori giornali socialisti italiani? 
B.C.: Anni fa uscì un libro: Me Inc. La società individuale , i brand personali: sembravano idee stravaganti. È successo: ci sono start up come Smart Toothbrush e Toothwitz che producono spazzolini da denti migliori e meno costosi di quelli di Colgate. I giganti assaliti dalle microimprese. Ha presente Morte per mille tagli? Sta succedendo, e non è una storia cinese. Non solo, almeno. Aziende che si focalizzano come laser su qualche pezzo dei business dei grandi gruppi, riuscendo a fare le cose meglio e a prezzo più basso. Sono piccole, certo, ma sono anche agili. E non hanno i costi dei giganti».

Ribadisce ancora una volta di più il concetto di Coda Lunga. Leggi anche il mio post che si basano sul libro di Andersonn. Ascolta il Mio intervento su la coda lunga

«A Brooklyn, il quartiere dal quale vengo, grazie ad Airbnb molta gente che ora affitta una camera incrementa il suo reddito e compra di più. Non solo. In quelle zone non c’erano alberghi. Ora che sono arrivati i turisti, anche bar, ristoranti e negozi locali ne sentono i benefici. È anche così che cresce l’economia. Comunque le cose vanno in questa direzione: non le fermi. L’Europa avrebbe bisogno di cambiare in fretta ma non credo che ce la farà. C’è il peso di vecchi sistemi difficili da abbandonare come quello delle pensioni. In America un sistema pensionistico privato quasi non esiste più. Da voi gli anziani si aspettano di incassare il loro assegno a vita, lo considerano un loro diritto. I giovani capiscono che non è più così, che è un vecchio modello, ma non possono cambiare le cose, almeno per ora».

Ecco un esempio del marketing pandemico con enormi risvolti positivi. Lasciare crescere piano piano le cose. Se funzionano tutti ne beneficiano. Immaginiamo cosa sarebbe successo in Italia. Una Pinco-Pallino associazione avrebbe segato le gambe da subito agli affittacamere, in nome di qualche protezionistica legge. Guardate cosa successo Huber in Italia. Siamo Bloccati. Su tutto.
 D- Come sceglie le aziende sulle quali puntare? Cohen indica con un gesto il naso e le braccia: «Fiuto e abbracci. Se fai questo lavoro di ricerca con intensità, sviluppi un fiuto per le buone idee. E, instaurando un rapporto umano con quelli che le propongono, capisci se sono in grado di trasformare l’intuizione in un’impresa che funziona. La possono far crescere? La sapranno guidare? Noi non investiamo in idee, investiamo nella loro esecuzione. Un’idea brillante sfruttata male non vale niente. Grazie ai servizi ormai disponibili – uffici low cost come questo, la possibilità di utilizzare pezzi di software già disponibili sul mercato – creare una start up è diventato assai poco costoso. Per questo noi angel investor, più piccoli e agili, abbiamo preso il posto del venture capital che è molto più strutturato. Ma se cominciare costa poco, far crescere un’impresa è invece costosissimo. Non basta saper scegliere, bisogna poi seguire con molta attenzione. Il nostro business non è l’investimento. Quello è facile: scrivi un assegno. Noi siamo nell’exit business: come rendere un’azienda appetibile per il mercato. Sono pochi gli angel investor che fanno soldi. Si innamorano di un’idea, di una società del lifestyle magari carina ma che fa fatica a trovare un business model o non è scalabile».

Ecco un altro tema fondamentale. Non basta avere una idea di una Mucca Viola, se poi non si è bravi ed in grado di realizzarla. Occorrono molte cose da fare per scatenare la pandemia di un prodotto, quello che io chiamo appunto Marketing Pandemico. Un insieme Olistico di  Tappe che si esplicano nel tempo, e che necessita anche di conoscer la possibilità che molte di queste tattiche possono risultare fallimentari. 
 Il business del futuro? «Me lo chiedono in tanti. Noi lavoriamo su una gamma molto vasta di progetti grazie alla wisdom of crowds: alla New York Angels siamo in 120 investitori divisi in gruppi. Ognuno dei quali segue un settore – moda, cibo, informazione – poi ci riuniamo per discutere. Anche la cannabis, la marijuana, sta diventando un affare promettente, con 36 Stati che ne hanno già autorizzato l’uso. ……..Per il futuro io dico servizi per la salute in un mondo che invecchia e nel quale tutti vogliono restare giovani. Il cervello e l’estensione delle capacità sensoriali. E poi la mobilità, ma è banale: sono già tutti sull’auto che si guida da sola. Cinque anni fa sembrava il sogno di gente ingenua, adesso c’è. Molte cose vecchie torneranno a essere nuove perché dovranno essere reinventate per il mondo delle comunicazioni mobili. Alla domanda cos’è un’auto, un mio collega l’altro giorno ha risposto: uno smartphone con quattro ruote. Le sembrerà eccessivo, ma dà l’idea di dove stiamo andando».

Qui fa il futurologo, lo leggiamo, lo ascoltiamo data la bravura e la conoscenza, ma come sapete si prende con le molle. Solo in ciò che uno investe è  credibile. Il resto solo chiacchiere.

Grazie comunque sig. Cohen. Moltissimo delle sue frasi ci hanno confortato perché coincidono con il nostro pensiero. Nel mio piccolo continuo a seminare sperando che contro tutto e tutti qualche imprenditore giovane possa aiutare tutti noi a realizzare una mucca viola che porti benessere e a tutti noi.

 

Il servizio ai clienti frutta, e molto, se sai come fare

Il customer care è spesso un aspetto molto sottovalutato dalle imprese. In Italia poi è sempre visto come semplice costo e non come un potenziale investimento.

Vi racconto cosa ha fatto invece la la resp. ufficio relazioni con il pubblico della Contitenatal Airlines la manager Kelly Cook.

Sappiamo tutti che nulla di peggio è vedersi annullato un volo aereo. Conseguenti maledizioni alla compagnia, al cielo, al governo, all’aeroporto ecc. ecc. . Allora mettiamoci nei panni della manager Kelly Cook che doveva affrontare al meglio queste emergenze, poiché anche se rare capitano e minano ovviamente la fedeltà delle persone sulla compagnia con conseguenti perdita di fiducia delle persone. Si comprende bene che qualsiasi sia il motivo dell’annullamento la responsabilità la si addebita alla compagnia pagata per il viaggio.

Come si poteva affrontare al meglio tale situazione disastrosa per l’impresa? quali potevano essere i modi migliori per affrontarla e magari ribaltare il senso di sfiducia dei viaggiatori?

S Utilizzò un metodo statistico detto Randomizzazione.

Divise in tre gruppi di clienti a caso tra coloro che avevano subito negli otto mesi precedenti l’annullamento del volo.  E inviò tre lettere diverse del tipo

  1. GRUPPO 1: Lettera di scuse formali
  2. GRUPPO 2 : Lettera di scuse formali ma con l’aggiunta di una iscrizione gratuita all’elitario  President’s CLUB continental
  3. Gruppo 3: NON FU INVIATO NULLA  (detto gruppo di controllo)

Conseguenze verificate circa entro un anno. Quelli “sfigati” in toto, del gruppo 3 risultavano ancora arrabbiati e incazzati e molti non volevano più, o molto meno, con la compagnia.

Ma quello che maggiormente interessa a noi è sapere come hanno reagito i due gruppi corteggiati in due modi diversi.  Ebbene oltre a essere favorevolmente impressionati dall’aver ricevuto una lettera di Apologize, nemmeno richiesta, entrambi spesero l’8% in più con la compagnia. Non solo, la compagnia AUMENTò  I PROFITTI grazie a questo test.

in Più quelli del gruppo 2 non solo aumentarono i viaggi come il gruppo 1, ma una volta terminato l’offerta President’s oltre il 30% vi aderirono spontaneamente, aumentando e diversificando le fonti di reddito della Continental.  In pratica l’aver inviato semplici scuse e magari spiegazioni con massima attenzione al cliente, con numeri di telefono e firma della responsabile, hanno puntellato la fiducia nella compagnia e fatto aumentare i profitti.

Se subiamo una cosa grave, come l’annullamento dell’aereo e poi a casa ci arrivano le attenzioni dovute, siamo disposti a capire e comprendere. A fronte di quanto subito la nostra fiducia nel vettore aumenta ESPONENZIALMENTE.

Molto da imparare credo da questa storia tratta dal bellissimo libro di

Ian Ayres : “super Crunchers”.

L’utilizzo della tecnica della Randomizzazione ovvero quella di testare su vari gruppi, di cui uno di controllo, ci fa capire se le nostre azioni possono essere ben accolte dalle persone nostre clienti.

In Italia si fa? Boh, non saprei ma direi più no che si. Ma chissà magari un domani sempre di più. Di certo non lo fanno le FS né Alitalia, perlomeno fino a quanto viaggiavo io.

L’uso della Statistica ci permette di testare in varie opzioni come rispondere al meglio nei casi incresciosi. Insomma è uno utile strumento per andare incontro alle esigenze della fedeltà del cliente.

Vi porto un altro esempio raccontatomi da chi l’ha vissuto personalmente in un ristorante di Porto S. Giorgio.

10 amici prenotano per le 21,30. Ma all’arrivo ristorante strapieno e prenotazione persa. Il titolare si scusa  in persona e  offre loro companatico in attesa di liberare un posto per loro. Si siedono alfine Mangiano e al momento di pagare ….. NULLA . NON HANNO FATTO PAGARE NULLA. Mangiato a sbafo a fronte di un disguido di prenotazione.

Incredibile, ma vero . UN grandissimo ristoratore. Non a caso è un ristorante non solo sempre pieno, ma esageratamente organizzato per gli standard marchigiani. 4-5 stelle su tripadvisor naturalmente.

E secondo il Buzz marketing dell’evento come sarà stato? Non a caso, pur essendo capitato due anni fa, mi è stato a me raccontato l’altro ieri.

Insomma il

SERVIZIO AL CLIENTE FA FARE UN SACCO DI SOLDI

MA

OCCORRE SAPERE COSA FARE  

e se non si è intuitivi come il ristoratore allora la randomizzazione può aiutare. Se vi serve una mano per analizzarne una contattatemi :